Pinna colpevole dei delitti la condanna è definitiva

La Cassazione conferma 20 anni al nulese minorenne all’epoca dei fatti

NULE. Ora è stato stabilito in via definitiva: Paolo Enrico Pinna è colpevole degli omicidi dei due giovani Stefano Masala e Gianluca Monni, avvenuti il 7 e l’8 maggio del 2015. I giudici della Suprema corte hanno rigettato il ricorso presentato dagli avvocati difensori dell’imputato e hanno confermato la sentenza d’appello che condannava Pinna (diciassettenne all’epoca dei fatti) a vent’anni di carcere.

Bisognerà attendere le motivazioni della Cassazione ma la decisione di ieri sembra, di fatto, confermare la tesi dei giudici di secondo grado. Gli stessi che a dicembre del 2017 scrivevano che Paolo Enrico Pinna era «pienamente consapevole delle sue azioni» quando quattro anni fa (insieme al cugino Alberto Cubeddu) ammazzò e fece sparire il corpo del compaesano Stefano Masala e il giorno dopo uccise a fucilate lo studente di Orune Gianluca Monni mentre aspettava il pullman per andare a scuola. La sezione distaccata per i minorenni della corte d’appello aveva scandagliato minuziosamente moventi, vendette, inganni costruiti da Pinna e Cubeddu (condannato all’ergastolo dalla corte d’assise di Nuoro a ottobre dell’anno scorso) per portare a termine un piano diabolico: ammazzare un ragazzo (Monni) per uno sgarro ricevuto e un altro (Masala) perché testimone scomodo. Ma tutto questo non sarebbe stato messo in atto da un ragazzo dalla personalità talmente disturbata da non consentirgli «di avere una percezione veritiera di quello che stava andando a fare». Tutt’altro. Nelle sue azioni era emersa «un’articolata coerenza, organizzazione e continuità degli atti delittuosi – avevano scritto i giudici – incompatibile con un’alterazione della sua capacità di rendersi conto del significato e delle conseguenze dei suoi atti». Ed è evidente che la Cassazione, rigettando la richiesta di seminfermità mentale dell’imputato, ha mostrato di condividere anche questo aspetto.

All’origine dell’omicidio di Gianluca Monni ci sarebbe stata una vendetta nata per motivi banali. Pinna e Cubeddu avrebbero cioè risposto con due delitti a un presunto affronto subìto a Orune in una sala da ballo, a dicembre del 2014. Tanto sarebbe bastato per decidere di ammazzare uno studente prossimo al diploma e un giovane buono e disponibile che ha forse avuto come unica colpa quella di essersi ribellato a comportamenti che non appartenevano al suo modo di essere. L’8 maggio del 2015, però, a Orune qualcuno ha visto e ha riconosciuto Alberto Cubeddu. Nelle settimane e nei mesi successivi ci sono state intercettazioni e improbabili tentativi di costruire alibi «rivelatisi puntualmente falsi», come hanno stabilito i giudici. E, ancora, ci sono state minacce a testimoni chiave, celle che hanno agganciato i telefoni degli imputati permettendo agli inquirenti di ricostruirne gli spostamenti. E c’era un movente solido: Paolo Pinna fu pestato dagli orunesi (tra questi c’era Gianluca Monni) alla festa di Cortes Apertas. E in quell’occasione gli fu portata via anche la pistola che, a soli 17 anni, aveva puntato contro Gianluca in segno di sfida. Pistola che non gli fu mai restituita nonostante lunghe trattative. Quel giorno, insieme al minorenne, c’era proprio Stefano Masala, che a bordo della sua auto lo riportò a Nule malconcio. Poi il desiderio – covato per mesi secondo gli inquirenti – di vendicarsi. E quindi l’omicidio a Orune e l’idea di far ricadere le colpe su Stefano uccidendolo e facendo sparire il suo corpo.

Quella di ieri è stata una lunga giornata di attesa per i familiari delle due vittime: «Tre gradi di giudizio hanno dichiarato la colpevolezza di Pinna – è stato il commento di Marco Masala, padre di Stefano – La speranza è che questa ulteriore certezza espressa dai giudici di Roma convinca Cubeddu, per il quale ancora deve esserci la sentenza d’appello,
a liberarsi la coscienza e dire che fine hanno fatto fare a Stefano».

«Il nostro pensiero – ha detto l’avvocato Antonello Cao, legale di parte civile per i Monni con i colleghi Rinaldo Lai e Margherita Baragliu – va a Gianluca e a Stefano. E a tutti i loro familiari».

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