Il dramma di una madre: «Ho già perso una figlia, l’altra è vittima dei bulli»

La figlia Polina uccisa da un’auto a Macomer, la sorellina 12enne nel mirino di coetanei a scuola a Sassari

SASSARI. Sono arrivati in tre, alle spalle. Una spintarella, poi il gesto mimato di una coltellata. E infine il rutto nell’orecchio. Anna (nome di fantasia) scoppia a piangere e scappa via sull’autobus. È bionda, carina e sui suoi tredici anni bisognerebbe apporre il cartello: “Fragile, maneggiare con cura”. Perché la vita, di scossoni, ne ha già assestati fin troppi.

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La prima volta che ha visto il mare aveva 8 anni. Era l’1 agosto 2014 e lei, da Krasnojarsk, Siberia centrale, era appena sbarcata a Olbia. Si è chinata sulla sabbia e con gli occhi pieni di stupore ha raccolto una conchiglia. L’ha guardata attentamente, e in quel momento, senza saperlo, si stava specchiando. Perché lei stessa è una piccola conchiglia timida, che schiude il guscio quel tanto che basta per far filtrare la luce del mondo.

Esattamente un anno fa, il 16 marzo 2018, quello spiraglio si è assottigliato ancora di più, e la vita della ragazzina si è fatta più buia. La sorella di 24 anni, Polina, è stata travolta e uccisa da un’auto pirata. Una morte ancora senza colpevoli. A lei, che non si separerebbe mai da niente e darebbe una seconda vita anche a un giocattolo rotto, hanno strappato via la cosa più preziosa. Anna ha chiuso a doppia mandata la sua spensieratezza e abbassato di più gli scurini.

L’unica ad avere il passapartout del suo cuore è la madre Lara. Una donna forte, indurita dal destino, una statua di dignità e dolore. Parlano a lungo, si consolano, si leccano le ferite dell’anima. Da un anno sono diventate una cosa sola. «Quando tutto prende una piega così inaspettata e incomprensibile – dice Lara – cominci a far caso alle coincidenze, per trovare un senso. L’8 marzo è capitato un fatto che mi ha sconvolto. Ho letto sul giornale che a Macomer si è svolta la commemorazione di Polina. Gli alunni di una scuola media, con il sindaco e il preside si sono ritrovati in via Nenni, nel punto esatto in cui mia figlia è stata uccisa, e le hanno rivolto delle parole bellissime. Non conoscevano Polina, eppure le hanno chiesto perdono a nome di chi le ha rubato il sorriso, la giovinezza, la vita. Tutto questo mi ha commosso. Poi però è successa un’altra cosa. A 70 chilometri di distanza, a Sassari, alla fermata dell’autobus davanti alla scuola numero 12, nel momento esatto in cui quei perfetti sconosciuti di Macomer chiedevano scusa alla mia figlia morta, tre ragazzini bullizzavano l’altra mia bambina, fino a farla piangere. Da una parte il rispetto di chi sa poco o nulla di te, dall’altra la cattiveria di chi forse conosce e se ne frega. Trovo questa coincidenza carica di significato. Di come il destino possa avere due volti, e di quanto sia difficile non essere sopraffatti da quello più malvagio».

Se il guscio non fosse così esile e Anna non fosse un fascio di nervi scoperti, quella bravata le sarebbe colata sopra con la giusta commiserazione, quella che si riserva ai compagni con l’humor di un pitecantropo. Invece la ragazzina è sconvolta, sale sull’autobus e singhiozza tra le braccia della mamma. «Io sono molto arrabbiata – dice Lara – lo sono con gli insegnanti che minimizzano, lo sono con i genitori dei ragazzi, che vorrei guardare negli occhi. Gli direi che oltre a chiedere cosa hanno mangiato e cosa hanno fatto a scuola, magari l’8 marzo potrebbero spendere qualche parola in più con i propri figli, e parlare di rispetto. Si può ferire molto una bambina, anche senza volerlo. Non bisogna essere per forza cattivi, a volte è sufficiente la stupidità».

Il giorno che Polina è morta, Anna aveva le gare di nuoto a Cagliari. È molto brava, gli allenatori credono in lei. D’altronde l’acqua, per una conchiglia curiosa, è l’habitat naturale. Lei galleggia nel silenzio e nella fatica, mentre i pensieri più pesanti li abbandona sul fondo. Polina quel giorno doveva andare a vederla. «Si è presentato un carabiniere – racconta Lara – mi ha detto che mia figlia era stata investita da un suv ed era morta. Ho pianto, poi mi sono fatta coraggio e ho preparato lo zaino per Anna. Non volevo che rinunciasse a un evento così importante per lei. Così quando è salita sul pullman della squadra, mi sono raccomandata con gli accompagnatori: lei non sa nulla e voglio che trascorra felice questi due giorni».

Era la prima volta che dormiva senza la mamma, era il suo primo viaggio da sola, il primo albergo, la prima competizione importante lontano da casa.

«È partita di sabato ed è ritornata la domenica. Ci siamo abbracciate, come sempre. Lei avrebbe avuto tante cose da raccontarmi, quella gita era densa di novità. E invece, sempre per la storia delle coincidenze, la cosa che l’aveva colpita più di ogni altra e che mi ha detto per prima è stata questa: mamma, sai che dalla finestra dell’albergo ho visto una stella enorme?».

A quel punto Lara le ha preso le mani, poi un respiro forte, e con la morte dentro gliel’ha detto: «Quella stella era Polina, che è venuta a vederti, come ti aveva promesso. Tua sorella è stata investita e non c’è più. Vuoi venire domani con me a salutarla?». Anna ha accarezzato Polina, l’ha pettinata, le ha dato un bacio. Ma da quel momento si è chiuso il guscio, è calata una penombra, come quella delle camerette dei bambini quando il sole filtra sghembo dalle tapparelle, e puoi solo immaginare quanto deve essere bello là fuori.

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