Social, quando le parole fanno più male delle botte

Il padre di una giovane vittima racconta la decisione drammatica della figlia  Lei a 14 anni sceglie di farla finita dopo la gogna sul web dei compagni carnefici

SASSARI. Risate e applausi, luci dei telefoni che brillano, insieme agli occhi di chi parla e delle migliaia che ascoltano. Esclamazioni e grida, e lunghi, toccanti, silenzi. È stato un ottovolante di emozioni quello andato in scena ieri mattina al PalaSerradimigni. E, visto il tema trattato, non poteva andare diversamente.

C’era Paolo Picchio, papà di Carolina, la studentessa di 14 anni che alle 3 del mattino del 5 gennaio 2013 si è gettata dalla finestra della sua casa a Sant’Agabio, prima vittima “ufficiale” della versione moderna di un male antico e insidioso: il bullismo. Che con l’avvento del web e dei social è diventato “cyber”, tramutandosi in un uragano capace di spazzare via in poche ore la serenità, la reputazione, la gioia, la vita. E, ad ascoltarlo, 2000 ragazzi da una dozzina di istituti superiori del Sassarese.

L’occasione era l’evento organizzato da Fondazione Dinamo in collaborazione con Rete Dafne, Fondazione Banco di Sardegna e Fondazione Carolina, dall’eloquente titolo “Le parole fanno più male delle botte”. Un viaggio, durato tutta la mattinata, con il direttore della Nuova Sardegna Antonio Di Rosa a moderare interventi di esperti che hanno affrontato da ogni possibile angolatura il dramma del cyberbullismo, e della nuova legge, la 71, varata nel 2017 proprio grazie al papà di Carolina. E in generale dei pericoli legati all’uso e all’abuso dei social network, dei nuovi reati legati alle piattaforme social e delle terribili conseguenze a cui può portare un uso sbagliato dei nuovi mezzi tecnologici.

Un approccio fresco, quanto profondo. Con il suo cuore nel potente intervento del papà di Carolina («non sono un esperto, solo un papà che vuole rendere onore alle ultime parole eroiche che mia figlia ha avuto il coraggio di scrivere prima di arrendersi»), della sua storia esemplare quanto terribile. Del suo impegno, incessante, da quella terribile notte. In giro per l’Italia a spiegare, raccontare, cercare di aprire gli occhi e i cuori.

Il tutto arricchito da filmati, realizzati dalla fondazione Carolina, dalla polizia postale ma anche dai ragazzi dei licei, intervallato da momenti di dialogo aperto, franco, disincantato. Di genitori che parlano ai loro figli, spaventati dai pericoli che devono affrontare, cercando di scendere dalla cattedra, di usare il loro linguaggio, di far capire che possono capire, e aiutare. Impreziosito dai consigli tecnici e legali (intessuti sempre e comunque di enorme partecipazione e umanità), del sostituto procuratore del Tribunale per i Minorenni di Sassari, Luisella Fenu, dell’avvocato Giuseppe Conti, presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Sassari. E ancora dell’ispettore Michele Delogu, responsabile della sezione provinciale di Sassari della polizia postale e delle comunicazioni, del comandante della polizia locale di Sassari Gianni Serra, di Annina Sardara, mediatore e tra i fondatori della Rete Dafne Sardegna, che ha aperto l’incontro, chiuso dopo tre intense ore dalla lettura di due testi di Pier Natale Sanna, regista e attore teatrale che ha interpretato due temi scritti da vittime di bullismo.

Un viaggio tra web reputation e sexting, pedofilia ed estorsioni on line, la rete che dovrebbe dare e invece finisce solo per prendere, e i reati, gravi, che si rischia di commettere travolti da quella sorta di senso di impunità, di mancanza di responsabilità, che travolge chi frequenta la piazza virtuale. Un continuo balletto tra il ruolo di possibili vittime e potenziali carnefici. Con l’ombra della criminalità organizzata che allunga le sue mani sulla rete, e attacca i più deboli.

«Dovete agire con consapevolezza e chiedere aiuto, sempre», ha spiegato Luisella Fenu. «Ritagliarvi un minuto per leggere la legge sul cyberbullismo. Fermatevi a riflettere su quelle condotte, perché siamo tutti convinti che le cose accadano agli altri e mai a noi», ha detto Giuseppe Conti. «Dovremmo sentirci tutti fratelli di Carolina e figli di Paolo Picchio – ha urlato Michele Delogu, travolto dagli applausi –. Ragazzi non siete soli, non sentitevi soli: ai forti diciamo di aiutare i deboli, bisogna isolare gli stronzi».

«Le persone come Carolina sono i nostri esempi – ha spiegato Gianni Serra – non devono esserlo quei soggetti che tendono a commettere reati». «In questo campo generalmente gioca la Dinamo e, che si vinca o si perda, si esce sempre col sorriso – ha chiuso Antonio Di Rosa –. Credo che
oggi qui si sia giocata una bella partita su un tema delicato e importante. Il consiglio che vi do è: parlatene tra di voi, in casa, con gli amici. Non chattate e basta. Quello che avete sentito qui è importante, portatelo anche fuori da questo Palazzetto, rifletteteci. Fatelo vostro».

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