Siniscola, gli eredi contro il Comune: «Adesso ci dia un miliardo»

Il cavalier Pusceddu lasciò nel 2011 tutti i beni per realizzare un ospedale mai aperto. I soldi spesi nel tempo

SINISCOLA. Un miliardo di euro. È la richiesta risarcitoria presentata al Comune di Siniscola da due eredi del cavalier Giovanni Pusceddu, che nel 1911 morì dopo aver lasciato tutti i suoi – notevolissimi – beni all’erigendo Ospedale della Trinità, da realizzare nella sua casa, che già allora aveva 40 e più stanze. E su questa richiesta miliardaria, che certamente non starà facendo dormire sonni tranquilli agli amministratori di Siniscola, si è già incardinato un procedimento (il n. 903/2018) davanti al tribunale civile di Nuoro – giudice Meloni –. I discendenti del nobiluomo e della moglie, Giuseppina Musio, sono rappresentati dall’avvocato Carmine Grieco, con studio a Pompei. Il Comune di Siniscola ha affidato la tutela dei suoi interessi, ossia la possibilità di non finire in bancarotta, all’avvocato Giuseppe Longheu, del foro di Oristano. La prima udienza risale al 27 novembre scorso, la prossima sarà il 14 maggio.

Quasi una finanziaria. Come si è arrivati alla quantificazione di una cifra che rasenta i valori di una “manovrina” finanziaria? E perché i discendenti del cavalier Pusceddu e della moglie chiedono di essere risarciti? Intanto, un miliardo di euro è l’equivalente del valore dei terreni sui quali poi sono state prima realizzate e poi vendute le lottizzazioni di S’ena e Sa Chitta e Sa Petra Ruia. Centinaia di ettari sul litorale, che appartenevano al benefattore così come altri terreni, compresi i 140 ettari sui quali si trova il santuario di Sant’Elena, e dove è stato realizzato anche il galoppatoio. Poi ci sono decine di altri immobili, trasformati, in alcuni casi rasi al suolo e i terreni diventati edificabili. Anche questi venduti.

Compravendite nulle. Il fatto è che a vendere e lottizzare sono stati, nel corso dei decenni a partire dal 1942, gli enti caritatevoli e infine il Comune che subentrò a essi, ai quali il cavalier Pusceddu aveva lasciato i suoi beni, dopo che fosse venuta mancare la moglie, usufruttuaria, morta appunto nel 1942. In particolare, l’ente Ospedale della Santissima Trinità, l’Orfanotrofio della Santissima Trinità, l’Istituto pubblico assistenza beneficenza e poi l’Ente comunale di assistenza, soppresso, e i cui beni passarono alla gestione del Comune. Ora, sostengono gli eredi che chiedono il risarcimento – Claudio Marceddu e Paola Antonia Orunesu, pronipoti della Musio –, tutti questi enti e in ultima analisi il Comune, non avevano alcun titolo per alienare il patrimonio. Di conseguenza, le compravendite sono da considerarsi nulle, il patrimonio da restituire ai parenti prossimi. E se non il patrimonio, l’equivalente monetizzato. Un miliardo di euro, appunto.

Condizione non rispettata. In pratica, la costruzione di due delle frazioni di Siniscola, peraltro in riva al mare, si fonderebbero su atti nulli. La base di questa nullità è duplice, almeno stando all’azione promossa dagli eredi. Il cavalier Pusceddu aveva espressamente vincolato il lascito agli enti caritatevoli alla realizzazione dell’Ospedale della Trinità, che doveva “ricoverare i poveri orfanelli nonché gli adulti poveri e ammalati del Comune”, come scritto nel testamento risalente al 31 dicembre 1901. Non solo: anche tutti gli eventuali proventi del patrimonio, che Pusceddu non voleva fosse alienato, ma amministrato con cura dalla Congregazione di carità, dovevano servire per l’assistenza ai diseredati. Ora, l’ospedale, con tutta evidenza, non venne mai realizzato. Al posto della casa del possidente venne realizzata una piazza. Piazza Pusceddu.

La sentenza del 1954. C’è poi una rag ione che si fonda sul diritto, e sarà probabilmente dirimente. Già nel 1950 alcuni dei discendenti dei Pusceddu-Musio si fecero promotori di una causa per rientrare in possesso del patrimonio, visto che, a loro avviso, la condizione dettata dal nobiluomo – la realizzazione dell’ospedale per gli orfanelli poveri – non era stata realizzata. Il tribunale di Nuoro ravvisò che all’interno del testamento era contenuto quello che si definisce un “negozio unilaterale recettizio”: ossia una condizione espressa da una sola parte, in questo caso il cavalier Pusceddu, che voleva la costituzione di quella che oggi potrebbe definirsi fondazione, per la gestione dei suoi beni in favore dei poveri. Materia diversa da quella ereditaria, sentenziò il tribunale, dando così ragione agli enti caritatevoli. E nel 1954 la corte d’appello di Cagliari confermò la sentenza. Non venne impugnata.

Né impugnata, né trascritta. Quella sentenza non venne mai trascritta nei Registri immobiliari, una trascrizione che, sottolinea l’avvocato Grieco, avrebbe costituito il titolo per l’esercizio del diritto vantato dagli enti caritatevoli. Nessuna trascrizione nemmeno nei dieci anni successivi: a quel punto scatterebbe la prescrizione, almeno così sostengono gli eredi Pusceddu-Musio.

Nessun titolo a vendere. Per essere concreti, l’Orfanotrofio prima, quindi l’Eca, poi il Comune, hanno continuato negli anni a lottizzare, vendere terreni e quant’altro senza averne il titolo. Ci sono 286 atti di trascrizione di compravendite che riguardano S’Ena e Sa chitta e Sa Petra Ruiu che sarebbero viziate da totale nullità. Peraltro, non sembra che i proventi di quelle vendite siano andati a favore dei diseredati di Siniscola, perché se così fosse, nella cittadina probabilmente non ci sarebbero più persone in difficoltà economica. Anche parte delle case popolari di Siniscola sono state realizzate su terreni che appartenevano al cavalier Pusceddu. Nullità degli atti, e mancata ottemperanza della condizione imposta dal nobiluomo nel testamento: a questo punto, visto che alcuni dei beni sono del tutto irreversibili (i terreni dove si è costruito, ovviamente), gli eredi Marceddu-Orunesu chiedono che sia risarcito loro il corrispettivo del danno subito. Un miliardo di euro, stando ai calcoli contenuti nella consulenza fornita dall’architetto Antonio Nardelli.

Sant’Elena. E pensare che tutta questa vicenda che rischia di sgretolare le casse e con loro il Comune di Siniscola, è nata da una causa promossa dall’ente. Claudio Marceddu occupa da sempre la sommità dei terreni dove si trova il santuario di Sant’Elena. Tre anni fa, il Comune promosse una causa
per mandarlo via, ritenendo quei terreni di sua proprietà – come da lascito –. Marceddu reagì con una domanda riconvenzionale: ossia, attraverso l’avvocato Grieco, rispedendo al mittente la richiesta e chiedendo i danni. Con la quantificazione record. Prossima puntata, il 14 maggio.

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