L’assassino dal carcere: «Amo ancora Michela»

Seconda lettera choc di Tilloca alla Nuova: non sono un mostro ma un debole

SASSARI. Ci riprova. A distanza di poco più di un mese Marcello Tilloca scrive per la seconda volta alla redazione del nostro giornale. L’uomo che lo scorso 23 dicembre, ad Alghero, ha strangolato e ucciso la moglie Michela Fiori prende carta e penna e dà libero sfogo a pensieri e a un ennesimo disperato tentativo di autodifesa: «Sono da tutti voi giudicato un mostro mentre sono stato e mi ritengo ancora una persona debole. Non essere riuscito a reggere vari, tanti fenomeni stressogeni, per me è una sconfitta, una condanna».

Fenomeni “stressogeni” che nel giorno dell’antivigilia di Natale lo hanno portato a sfogarsi sulla donna dalla quale si stava separando e che lo aveva reso padre di due splendidi bambini, oggi costretti a cambiare città – e soprattutto vita – perché rimasti soli. «Io amo i miei figli e non ho bisogno della stampa per dimostrarlo», dice in uno dei passaggi iniziali della missiva scritta il 28 febbraio dalla cella del carcere di Bancali dove si trova rinchiuso da quel 23 dicembre. Verrebbe da rispondergli istintivamente che se li avesse amati non li avrebbe privati della persona più importante della loro vita. E non avrebbe lasciato loro in eredità la peggiore sofferenza che si possa infliggere a un bambino.

Era stato lo stesso Tilloca, qualche ora dopo il delitto, a confessare ai carabinieri di aver ucciso Michela nella casa di via Vittorio Veneto: il corpo della donna era stato trovato adagiato su un letto. L’uomo aveva cercato un avvocato che lo aveva accompagnato in caserma a costituirsi.

Ciò che più aveva colpito della precedente lettera inviata alla Nuova Sardegna era che l’uomo non avesse dedicato una sola parola alla moglie, non avesse mai chiesto perdono a Michela e alla sua famiglia. «Le righe che vi ho inviato poco tempo fa sono state mal interpretate (...) – sostiene oggi – se vi avessi scritto cercando attraverso la stampa il perdono per il gesto compiuto sarebbe stato un palese gesto di pietà che probabilmente sarebbe stato motivato così: «Tilloca chiede pietà». Preoccupato, quindi, per l’interpretazione errata che il giornale avrebbe potuto dare alle sue riflessioni. E in questa seconda lettera, allora, il passaggio su Michela lo fa: «Mia moglie l’amavo e l’amo ancora» scrive in uno stampatello più grande rispetto a quello usato nelle altre righe del foglio protocollo. Quasi a voler sottolineare la forza della frase. Ed è l’unico riferimento a Michela. Perché poi torna immediatamente a parlare di se stesso: «Mi sono soffermato su un problema che mi tocca da vicino, ovvero quello di non aver dall’inizio trovato l’adeguata assistenza legale». Anche il terzo avvocato difensore, qualche
tempo fa, ha infatti rinunciato all’incarico e al momento Tilloca non ha un legale che lo tutela.

«In un momento così delicato – conclude – chiedo a Dio il coraggio per sostenermi e alla giustizia l’ascolto che mi spetta. Grazie».

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