Giovane chef malato di Sla scrive a Salvini: "Se fossi suo figlio mi aiuterebbe?"

Paolo Palumbo ha cominciato lo sciopero della fame

ORISTANO. Paolo Palumbo, il giovane chef oristanese colpito dalla Sla ha deciso di non alimentarsi più. Sono 24 ore che nel sondino collegato direttamente allo stomaco passano solo tisane zuccherate. Lui vorrebbe volare negli Stati Uniti per sottoporsi alla terapia sperimentale “Brainstorm” e per questo ha rivolto un appello al ministro degli Interni: «Caro ministro Matteo Salvini, sulla vicenda del pullman andato a fuoco lei ha parlato di Rami, il ragazzo egiziano che ha salvato la situazione, dicendo che avrebbe potuto essere suo figlio. E se suo figlio fossi io, lei come agirebbe nei miei confronti? Se lei avesse un fratello, un genitore o un nipote malato di Sla, si batterebbe per i loro diritti? Io credo di sì».

Ventuno anni, una diagnosi di Sla nel 2015, Paolo Palumbo sa quanto è difficile realizzare il suo progetto. «Arrivare negli Stati Uniti è cosa alquanto difficile per un malato che come me è in stadio avanzato, sia per il volo in sé che per i rischi esterni che potrebbero obbligare a permanenze prolungate negli ospedali, dove la degenza ha dei costi esorbitanti», ha scritto il giovane in un messaggio. La cura alla quale Palumbo vorrebbe sottoporsi è a base di iniezioni di cellule staminali adulte, la cui sperimentazione è iniziata nel 2017, con attesa dei primi risultati nel 2019. «Il processo di “guarigione” è lungo ed è attualmente in fase di studio, ma si stima che i risultati potrebbero riguardare un recupero di alcune funzioni perdute come la deglutizione, la possibilità di parlare ed il controllo di alcuni muscoli. Un miracolo solo a pensarci», scrive.

Il giovane chef è molto amareggiato: «Mi chiedo perché nel nostro Paese non vengano dati alla ricerca i fondi adeguati per inaugurare questa terapia. Io voglio solo esercitare il mio diritto di essere curato dallo Stato. È per questo motivo che ho iniziato una protesta che mette a rischio la mia vita, ma in gioco c’è la vita di tutti».

Paolo più volte ha mostrato di possedere un carattere di ferro. Attualmente lotta per evitare di essere tracheotomizzato, intervento che certamente gli permetterebbe di respirare con più facilità «Intervento che però – dice il padre Marco – lui vede come una possibile condanna. Teme infatti che come è già accaduto per altri pazienti, venga considerato come un malato irreversibile al punto da perdere la speranza di accedere ad altre cure». Paolo ha una certezza e non ne fa mistero: «Malattie come queste non danno tempo di manovra, per noi non esiste la frase “abbiate pazienza”: ogni ora in cui si rimanda la questione, è un’ora di vita in meno», scrive con parole che non lasciano spazio ad altre interpretazioni.
«Ecco perché sciopero: negli anni passati mi sono battuto con tutte le forze affinché la qualità della vita dei malati migliorasse. Lo faccio tutt’ora da una sedia e con un comunicatore. Niente sarà in grado di fermarmi pur di arrivare ad esaudire il mio sogno».



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