La plastica soffoca la Sardegna: a rischio il futuro del mare

I ricercatori del Cnr: «La sorte della balena di Porto Cervo sarà la normalità»

SASSARI. Quello che oggi stupisce e spaventa, domani sarà la cronaca della normalità. Il capodoglio spiaggiato a Cala Romantica con 22 chili di plastica nello stomaco è la visione di un futuro possibile. O, meglio, un futuro altamente probabile. Il motivo è tanto semplice quanto drammatico: il mare è inquinato dalla plastica. Nel Mediterraneo ce n’è in abbondanza. Secondo gli ultimi rilevamenti, pubblicati nel 2018, la media è di 811 grammi per chilometro quadrato, con un picco di dieci chili tra la Corsica e la Toscana. La notizia, purtroppo, è che non ci sono miglioramenti in vista. Lo dimostra lo stomaco del capodoglio e lpo confermano i ricercatori che studiano l’incidenza del marine litter - i rifiuti marini - nel rapporto con il mare e con le specie che lo abitano.

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I ricercatori. Il futuro sembra scritto ma c’è chi lavora per provare e tirare perlomeno il freno d’emergenza, prima che sia davvero troppo tardi. Andrea Camedda, Stefania Coppa, Andrea De Lucia e Luca Palazzo sono quattro ricercatori del Cnr che si occupano della plastica in mare. In collaborazione con il Cres, il centro di recupero del Sinis delle tartarughe e dei mammiferi marini, mettono in pratica due progetti europei legati alla direttiva “marine strategy” e concretizzati nelle due fasi di “Indicit”. Studiano e monitorano l’ingestione del marine litter da parte delle tartarughe marine e dei pesci. «Il caso di Cala Romantica non ci ha sorpresi, la plastica ritrovata nello stomaco del capodoglio spiaggiato e dello stesso tipo di quella che troviamo nelle tartarughe marine – spiega Andrea Camedda – . D’altra parte fanno entrambi parte della macrofauna marina e quindi non possono che subire gli stessi effetti dell’inquinamento». Le specie marine sono le vittime di un abbaglio sempre più frequente: pesci e mammiferi ingeriscono la plastica scambiandola per cibo. Al largo, forse per un gioco di correnti, se ne trova di più che in riva e in questo modo la plastica entra nell’alimentazione anche dei grandi mammiferi. Le conseguenze, ovviamente, sono drammatiche. Ecco perché sarebbe fondamentale invertire la tendenza.

Le contromisure. La verità è che servirebbe una rivoluzione culturale. La plastica monouso dovrebbe essere limitata allo stretto necessario, ma soprattutto non dovrebbe finire in mare. La realtà, però, è un’altra: «Da gennaio è in vigore il divieto di produzione e vendita dei cotton fioc non biodegradabili. Dal 2018, invece, è partito il divieto di circolazione degli shopper di plastica non riutilizzabili – aggiunge Camedda –. Tutte misure ottime, peccato che capiti spesso di vedere attività commerciali che ancora utilizzano i sacchetti di plastica. Serve maggior impegno, al momento questi sforzi non bastano».

Spiagge di plastica. La dimostrazione della necessità di usare maggiore attenzione è sotto gli occhi di tutti. Non sono solo i fondali marini ad essere infestati dalla plastica, purtroppo se ne trova in abbondanza in tutte le spiagge: «Sono proprio gli oggetti come tappi, cannucce, piatti e bicchieri che ritroviamo nello stomaco delle tartarughe – conferma il ricercatore del Cnr –. Prima che le misure di legge facciano effetto passerà del tempo, sempre che vengano rispettate. Nell’immediato si dovrebbe allestire una campagna di sensibilizzazione forte, magari partendo dai chioschi sulle spiagge che a volte vendono plastiche tipo cannucce, bicchieri che poi finiscono in mare. In questa battaglia serve una mano da parte di tutti, anche dagli operatori turistici». L’idea di ripulire il mare, però, non convince i ricercatori: «Non con gli strumenti che agiscono in superficie, che pescherebbero plastica e anche plancton. Così non può funzionare – dicono i ricercatori –. Per realizzare un’impresa di queste dimensioni serve la collaborazione di tutti, oltre alle norme e all’impegno delle istituzioni. Ed è fondamentale l’impegno dal basso perché anche un piccolo gesto, come quello che il bagnante può fare raccogliendo gli oggetti dalle spiagge, deve essere considerato come un gesto importante».
 

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