Fabiola non crede ai killer: «Sono bugiardi, tutti e sei»

La risposta della madre di Manuel: «Mio figlio non ha chiesto soldi a nessuno»

ORISTANO. «Sono tutti dei bugiardi. Tutti. Adesso cercano di discolparsi, di accusarsi tra loro, ma io so le cose da prima ancora che li arrestassero». Lo sfogo di Fabiola Balardi di fronte ai nuovi atti del processo ormai imminente per l’assassinio del figlio Manuel Careddu è durissimo. Più pesante ancora di quanto lo era stato nei giorni successivi al ritrovamento del corpo del figlio, rimasto sepolto in un campo per un mese senza che nessuno rivelasse il luogo esatto della tomba improvvisata con cui gli assassini volevano far sparire il cadavere e allontanare da sé l’ombra del delitto.

I verbali degli interrogatori degli imputati, futuri atti nei due processi che a breve inizieranno davanti al tribunale di Oristano e a quelli dei minori di Cagliari, scatenano la furia della madre della vittima: «Non voglio più sentire che Manu è andato a cercare i soldi a casa di G. e che ha parlato con la madre. È una bugia grande quanto tutte le altre che hanno detto e che continuano a venire fuori». Fabiola Balardi parla perché sa. È dal giorno della scomparsa del figlio che, da sola e contro il muro di silenzio, si è mossa andando a cercare informazioni anche al di fuori dei canali ufficiali degli inquirenti. «Me l’ha detto lei, me l’ha detto la madre di G. che Manu non è mai andato a casa sua. Me l’ha detto il giorno che ci siamo incontrate nello studio dell’avvocato Luciano Rubattu perché io cercavo ancora il corpo e nessuno mi diceva dov’era. È stato in quel momento che mi ha confermato che non aveva mai visto mio figlio a casa sua».

Non è un particolare secondario, perché in fondo questo è il movente dell’omicidio, come dichiara Christian Fodde nell’interrogatorio del 17 ottobre: «Non ho sopportato che abbia chiesto soldi alla madre di G. e che mi abbia minacciato di andare a chiederli dai miei». Stando alle confessioni contenute nei verbali d’interrogatorio è di fronte a questa mossa di Manuel che il gruppo avrebbe deciso di agire, ma è un fatto che non ha alcun riscontro al momento se non le parole stesse di chi poi uccide Manuel al lago Omodeo. E ogni volta che questa versione viene ripetuta, Fabiola Balardi si infuria. Grida: «Bugiardi, tutti bugiardi, tutti e sei bugiardi, anche chi non c’era la sera dell’omicidio e poi ha aiutato a far sparire il corpo. La società non deve più accogliere persone del genere, per me sono degli scarti. E non sono i soli perché dopo che Manuel è sparito io avevo indagato da sola e sapevo che erano stati loro. Cercavo conferme, ma non ne trovavo perché a Ghilarza tantissime altre persone hanno scelto di non aiutarmi. Hanno scelto il silenzio anche se sapevano che Manu era stato ammazzato e sapevano da chi. Lo sapevano tanti in paese e chi ha taciuto non merita rispetto. Per me, chi non ha parlato è come quegli assassini».

Così mamma Fabiola ha ora un obiettivo: «È stata messa una targa vicino a un ulivo in cimitero a Macomer per siglare la pace tra le comunità di Macomer, Ghilarza e Abbasanta, ma io quella pace non la conoscerò mai e quella targa non la voglio più vedere. C’è scritto “In memoria di Manuel Careddu, un ulivo di pace tra Macomer, Ghilarza e Abbasanta”. Non la voglio più vedere quella scritta, mi offende e mi ferisce, fa crescere il mio odio e la farò cambiare. Farò scrivere solo “In memoria di Manuel”.»

I pensieri si mischiano ai fatti e torna alle confessioni di Christian Fodde, Riccardo Carta e Matteo Satta. «Vogliono farmi credere che non sapevano cosa stavano andando a fare al lago? – si chiede –. Devo davvero credere a una versione del genere? Lo sapevano benissimo che lo volevano portare lì per ucciderlo. Lo sapevano tutti, quelli che erano in macchina: Carta che li aspettava nel suo terreno, Satta che teneva i telefoni in paese, Fodde e i due minorenni che fanno la trappola a Manu». Poi fa un passo indietro. Sono trascorsi due giorni dal momento della scomparsa del figlio: «Erano venuti a casa mia G. e Fodde che era il suo fidanzato. Lui è rimasto in macchina ad aspettare, lei è entrata in casa. Deve ringraziare che non sapevo ancora che l’avevano ucciso, altrimenti non sarebbe uscita viva dalla porta che ho di fronte. Sarei finita in carcere io, ma almeno anche altri avrebbero saputo cosa vuol dire provare tutto questo dolore».

Ricordi che ora si intrecciano con la procedura penale e il patteggiamento a quattro anni di Nicola Caboni – era accusato di soppressione di cadavere per aver aiutato Christian Fodde a seppellire Manuel nel campo di Costaleri alla periferia di Ghilarza – è una pugnalata per Fabiola Balardi. «Quattro anni? Come se l’avessero condannato perché ha portato degli agnelli al macello, ma sottoterra c’era Manuel. Quattro anni passano
in fretta e non mi dimentico di quello che ha fatto». E non c’è solo il patteggiamento a scuoterla: «Stanno chiedendo l’infermità mentale? Se la giustizia ammetterà una cosa del genere, tutti si accorgeranno di quanto sia diventata pazza io dopo quello che hanno fatto a Manuel».



TrovaRistorante

a Sassari Tutti i ristoranti »

Il mio libro

IL SITO DI GRUPPO GEDI PER CHI AMA I LIBRI

Scrivere e pubblicare libri: entra nella community