Delitto del lago: la civiltà piega sempre la barbarie

Il mondo di Christian Fodde è un altrove, un altro mondo, un universo parallelo, dove si scardina qualunque proporzione

La strenua lotta tra la realtà e lo scrittore, tra reale e inventato, segna, dopo la lettura dell’agghiacciante verbale intorno all’omicidio di Manuel Careddu, un’altra vittoria schiacciante del primo sul secondo. “Non sembra vero!” si tende ad esclamare leggendo le affermazioni di Christian Fodde sperando che basti quella opposizione formale, verbale, per cancellare l’orrore di quelle esternazioni. Nel più truce dei romanzi di genere, nel peggiore B movie, nella più dozzinale delle fiction, resta una distanza, una presunzione di estremo, una quarta parete, che in questo atrocissimo resoconto manca.

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E manca soprattutto la sensazione che chi pronuncia quelle parole, chi racconta quei fatti, chi specifica, e qualifica, i suoi gesti, abbia sulle spalle il peso di quei fatti, di quelle parole, di quei gesti. Il mondo di Christian Fodde è un altrove, un altro mondo, un universo parallelo, dove si scardina qualunque proporzione. Perché questa mancanza di logica, quest’assenza di empatia, questa vigliacca dismissione di ogni responsabilità, è sempre la società il vero colpevole, è la moneta sonante attraverso la quale ogni civiltà paga il dazio alla barbarie. E rappresenta il motivo principale per cui anche solo un frammento di questo universo supera qualunque, perversa, immaginazione.

“Non sembra vero” e infatti è tutto, assolutamente, vero. Quel luogo dove la vita degli altri non ha lo stesso valore della propria e che a raccontarlo fa l’effetto di un eccesso narrativo, di un colpo di teatro, di un effetto speciale troppo ricercato. E invece no. Manuel Careddu sarebbe morto per uno sgarbo alla femmina del maschio alfa. Una ragione insufficiente per qualunque razza animale, ma sufficiente alle latitudini del mondo umanoide in cui Fodde e, i suoi accoliti, sono cresciuti.

Nella sua retorica elementare Christian Fodde racconta i particolari agghiaccianti della sua azione come se avessero un senso preciso, come se fossero una conseguenza logica, una reazione plausibile, a cui è impossibile non aderire. Ecco, questa linearità, questo sintetico cinismo è la materia più ributtante di tutto il resoconto. Appare chiarissimo sulla base di questo racconto che l’unica azione che questi ragazzi sappiano compiere con disinvoltura e con una certa precisione sia uccidere. A scuola, in famiglia, sul lavoro è andata male. Settori troppo impegnativi, luoghi in cui è assai più facile proporre la lagna atavica del “non si può fare”. Il belato dell’assistito cronico.

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L’omicidio sì, quello si può fare, è plausibile. È persino logico. Come è logico di questa mentalità parassitaria pensare alle conseguenze dei propri gesti solo dopo averli compiuti e vivere nella certezza animale, quasi un’arroganza, che nessuno di coloro che dovrà giudicarli potrà permettersi quello stesso arbitrio, ma vorrà agire secondo le regole che gli umani si sono date.

Non è perché non hanno capito che non abbassano il capo, ma per l’esatto opposto. Hanno capito che seguire le regole è la nostra debolezza. E credono che questo li autorizzi ad accollarci la responsabilità della loro emarginazione.

Certo, la tentazione di applicare a loro stessi quel punto di vista è forte perché la civiltà vive costantemente la frustrazione di porsi dei limiti contro una bestialità che limiti non se ne pone. Ma il punto è sempre che ad adeguarsi al mondo di Fodde si diventa come Fodde. E questa ulteriore vittoria contro la civiltà non gliela possiamo concedere.
 

 

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