Tilloca: «Ho fatto del male, sono distrutto»

Prova a spiegare il suo punto di vista e chiede comprensione, poi rimanda a quando saranno grandi 

ALGHERO. Lettera dal carcere numero 3. Tema i bambini, quei figli ai quali non si era mai rivolto in questi cinque mesi, quasi cancellati. E che ora dice di volere un gran bene. Marcello Tilloca ci riprova: solita grafia stampatello, caratteri curati e qualche strana “variante” con la S che viene sostituita dalla Z.

L’uxoricida algherese si augura che la lettera in qualche modo arrivi a destinazione e si rivolge ai ragazzi chiamandoli “carissimi”. Lo definisce un tentativo, sa che l’opinione pubblica se interpellata gli avrebbe negato anche questa opportunità. E lo scrive.

La lettera si regge su uno strano equilibrio, ogni parola rischia di fare crollare tutto il castello di frasi fitte, senza neppure una riga di spazio.

Marcello Tilloca racconta del male fatto, di un uomo distrutto che prova a chiedere di salvare almeno quegli anni in cui la situazione familiare sembrava normale, quando regnava l’amore e il rispetto reciproco. Noi non pubblichiamo la lettera per intero, il giornale non è una cassetta postale da utilizzare a seconda delle necessità da chiunque. Tilloca per la terza volta sceglie la Nuova, aveva cominciato con accuse e insulti, ora si rivolge ai figli. Con un tono totalmente diverso, vuole chiedere comprensione. Si dice un uomo distrutto e destabilizzato, tormentato.

Riconosce che i figli sono affiancati da persone che gli vogliono bene che li faranno crescere nel migliore dei modi . Si preoccupa persino delle insidie moderne, del mondo virtuale dei videogiochi e dei social.

Poi prova a dare qualche consiglio, sottolinea che oggi non può spiegare molte cose che sono accadute, ma spera di poterlo ancora fare in futuro, quando i ragazzi saranno adulti. Sempre che i figli siano interessati ad ascoltarlo.

Si fa domande e immagina anche qualche risposta Marcello Tilloca, distribuisce affetto e amore con la penna che scorre sui fogli bianchi a righe. Una pagina e mezzo, con la firma a sinistra, dopo un saluto affettuoso.

Un quadro familiare che forse l’uomo immagina davvero così, quello di due persone - lui e Michela - che hanno vissuto insieme per vent’anni cercando di essere poi dei genitori veri, capaci di “dare sempre il meglio per voi, nonostante le difficoltà”. Sorvola su tante e troppe cose Marcello Tilloca, forse lo fa volutamente, perchè stavolta la lettera numero 3 è diretta ai figli, a due bambini diventati da un giorno all’altro orfani di madre e di padre. Così piccoli ma messi di fronte a una grande prova, costretti a cambiare città e regione, a modificare sistema di vita, a ricominciare tutto da un’altra parte. Sono prove che neppure gli adulti riescono
a superare senza danni.

Una lettera non cambia niente, specie se chi ha ucciso la mamma di due bambini scrive e pensa ancora di poter cercare scuse, di rinviare la spiegazione di “molte cose”. Di proporre amore a due velocità. Una riga dopo l’altra. (g.b.)



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