il commento

Forza Italia, un futuro da comprimari

Il regno degli azzurri è sempre più piccolo, sprofonda nell'abisso dei partitini del 5 per cento

Da cavaliere a scudiero. Il presente di Forza Italia è fatto di una vita da comprimario. Il principe della coalizione del centrodestra è diventato un valvassino. Il castello azzurro ha le mura a pezzi, le pareti scrostate, la sala delle vittorie depredata. Il cavaliere vincente è una immagine del passato. Senza cavallo, senza esercito, senza sudditi. Il regno di Forza Italia è sempre più piccolo. Da impero ad atollo, semiaffondato nell’oceano del nuovo rampante centrodestra. FI in Sardegna è in coma profondo, quasi irreversibile. Certo, galleggia ancora in Gallura e nel Nuorese, ma nel resto dell’isola sprofonda nell’abisso dei partitini del 5 per cento. Quando va bene. Esponenti e coordinatori si esaltano per un movimento che agonizza. Un partito sempre più lontano dai territori e senza base.

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Le Comunali certificano questa caduta. A Sassari e Cagliari, le due città principali della Sardegna, Forza Italia non presenta un suo candidato sindaco. E non per scelta. Non ha un nome da proporre, né la forza di imporlo agli alleati. E se a Cagliari maschera la sua debolezza con la discesa in campo di Truzzu che è di Fratelli d’Italia, a Sassari non riesce a mettere insieme neanche una coalizione di centrodestra. A Oristano vive il paradosso di avere un sindaco senza più un gruppo in consiglio. E tra le grandi città ha in mano solo Olbia, grazie alla performance monstre di Settimo Nizzi. Ma a leggere i risultati del partito alle Regionali a vincere è lo sconforto. Quasi scomparso nel Sulcis, con appena il 3 per cento. Ridotto al 6 per cento a Cagliari, roccaforte del coordinatore Ugo Cappellacci. A Oristano è crollato dal 23 per cento al 7 per cento. Forza Italia resiste solo in Gallura e nel Nuorese, ma anche in queste aree l’emorragia è imponente.

E basta un solo dato per capire il reale peso degli azzurri. Alle Regionali del 2014, vinte dal centrosinistra, Forza Italia aveva eletto 11 consiglieri. A quelle di febbraio in cui ha trionfato il centrodestra, quindi con il bonus del premio di maggioranza, gli azzurri eletti sono appena 5. Questo confronto da solo vale più di mille sottili analisi politiche sulla perdita del consenso.

A pesarlo in poltrone il ruolo del partito nel centrodestra sembra non proprio di primo livello. Agli azzurri sono spettati due tra gli assessorati più scacciavoti. Il Lavoro, che senza la formazione, di fatto in Sardegna diventa la gestione delle questioni di emergenza. Cassa integrazione, mobilità, operai in rivolta, aziende decotte. Roba buona solo per far perdere consensi. L’altra poltrona è il Bilancio, che paradossalmente è l’assessorato senza portafoglio. Gestisce la cassa, per gli altri, ma non ha possibilità reale di spesa. In compenso Fasolino dovrà tenere testa al governo nella vertenza accantonamenti. In altre parole farsi restituire i soldi da uno Stato in bolletta che rastrella ogni euro disponibile dalla casse delle Regioni.

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Ma questa sarà la parte più semplice. Perché Fasolino dovrà trasformare in realtà la cartonata promessa elettorale della zona franca. Che più o meno è come avere la ricetta per mutare il piombo in oro. Roba da Houdinì. È facile vedere il ministro Tria, alla ricerca di 22 miliardi di euro per non far aumentare l’Iva, concedere la zona franca alla Sardegna. O forse l’assessore potrà prendere spunto dalla sindaca di Giave e fare una delibera per far pagare la benzina a 50 centesimi. Anche se a Giave nessuno ha mai fatto il pieno a quel prezzo.

Non solo gli assessorati più complicati, ma anche lo schiaffo della presidenza, chiesto da Forza Italia e assegnato alla Lega. E l’ultima passeggiata sui cocci del partito è l’esclusione di Antonello Peru, il consigliere più votato in Sardegna, da qualsiasi incarico.

La crisi di Forza Italia non è solo nei numeri, ma è soprattutto di identità. Fi continua a perdere consiglieri, simpatizzanti, dirigenti. In fuga verso l’arrembante Lega o verso il Psd’Az. Il popolo azzurro ha indossato la camicia verde, entusiasmato dagli slogan del Capitano.

Forza Italia non riesce a reagire, quasi rassegnato a un ruolo di subalternità e a un futuro da bonsai della coalizione. Fi è un partito spaccato, al di là del cerone elettorale di facciata di chi deve amarsi per forza davanti ai riflettori. C’è una profonda divisione interna. Il coordinatore Ugo Cappellacci ha il sostegno di Roma, e Arcore, ma nell’isola c’è gelo assoluto con il deputato Pietro Pittalis, a lungo potenziale candidato governatore per il centrodestra, e l’europarlamentare Salvatore Cicu, legatissimo al numero due degli azzurri Antonio Tajani.

E le Europee di maggio sembrano essere l’ultimo test per Forza Italia. L’ultima possibilità per dimostrare di essere ancora una corazzata del centrodestra e non un partitino da zero virgola nulla in una coalizione sempre più a trazione sardoleghista.
 

 

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