LA SARDEGNA DEI TESORI E DEL FUTURO

Lo abbiamo intuito già con i giganti di Mont’e Prama, che la Sardegna non è altro che una gigantesca isola del tesoro, custode non solo di migliaia di nuraghi da dissotterrare, ma anche di una storia...

Lo abbiamo intuito già con i giganti di Mont’e Prama, che la Sardegna non è altro che una gigantesca isola del tesoro, custode non solo di migliaia di nuraghi da dissotterrare, ma anche di una storia segreta ancora da scrivere. Il nostro patrimonio archeologico, soprattutto quello potenziale, è la ricchezza sulla quale la Sardegna dovrebbe puntare per riscattare se stessa. Dovrebbe crederci a tal punto da incominciare a pensare fuori dagli schemi standard, fuori da quei modelli burocratici e accademici stantii, e contemplare l’idea di dare avvio a una sfida rivoluzionaria. Mi piacerebbe che il nuovo assessore alla cultura, chiunque egli o ella sarà, arrivi a concepire la nostra isola come l’avanguardia tra le regioni italiane nel campo della ricerca archeologica. Se voi sapeste che sotto la terra del vostro giardino è nascosto un tesoro che potrebbe rendervi ricchi e importanti, non muovereste mari e monti per ottenere i fondi e le autorizzazioni necessarie agli scavi? È chiaro che solo uno stolto rinuncerebbe a sfruttare tanto bendiddio.

Sarò folle, ma mi piacerebbe che la rivoluzione partisse col trovare finanziamenti che dessero avvio a una straordinaria campagna di scoperta, così da impiegare finalmente le numerose fila di laureati in archeologia, migliaia di giovani che pur amando la materia sono costretti ad abbandonare i loro sogni perché il mestiere in Italia offre pochissime opportunità (io stessa vi rinunciai tanti anni fa su sconsiglio di una laureata che si era obbligata a dare ripetizioni di matematica per tirare a campare). Ci vuole coraggio se si intendono spezzare gli status quo, ma soprattutto ci vuole la volontà di non accontentarsi di Barumini – forse uno dei siti meglio amministrati e più conosciuti della Sardegna – per riuscire a rendere l’intera isola un immenso museo a cielo aperto. Lo è già, intendiamoci, ma se venisse valorizzata come merita, con tanto di siti collegati tra loro in un grandioso circuito regionale famoso a livello internazionale, ci accorgeremmo di quale potenziale ricchezza stiamo parlando. Noi sardi diamo per scontate le nostre bellezze storiche, affioramenti naturali che resistono al tempo e alla vegetazione e che nessuno si prende la briga di indagare, ma di fatto non ci rendiamo conto di quanto siamo indietro col riconoscere il nostro patrimonio.

Se così non fosse non avremmo bisogno di fare una petizione online per inserire la civiltà nuragica nei libri di storia, e Piero Angela (e mi costa dirlo, dato che sono cresciuta con il Mondo di Quark) non avrebbe atteso tutta una vita, dopo aver girato il mondo in lungo e in largo, per visitare proprio ieri il suo primo nuraghe, il sito di Prisgiona ad Arzachena. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, ma è giusto puntualizzare che il più grande divulgatore scientifico italiano è rimasto molto ammirato e ha subito dedotto che in Sardegna custodiamo una grande risorsa culturale
e turistica. Forse sarò folle, utopista o soltanto sognatrice, ma non trovo così incredibile una Sardegna che riesca a realizzare un progetto epocale che nessun altro ha realizzato prima d’ora. Una Sardegna che scava a fondo il proprio passato per far rifulgere il futuro.



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