Francesco Polacchi, l’editore fascista, accoltellò un sassarese

Nel 2007 fuori da una discoteca a Porto Rotondo, il processo in prescrizione

SASSARI. Fine luglio 2007, Porto Rotondo. In quei giorni in Sardegna, ma molto più a sud, c’era un raduno rock di ultradestra: sette band, tra cui quella che aveva dedicato un brano a Luciano Liboni, noto “Il lupo” che nel 2004, in fuga dopo avere ucciso un carabiniere, terrorizzò l’Italia. Non è chiaro se il gruppo di ventenni romani fosse arrivato nell’isola per partecipare al raduno. Di sicuro la sera del 31 luglio fuori dalla discoteca (l’ex Mantra) di Porto Rotondo furono protagonisti di una colossale rissa con mazze e coltelli portati da casa. E il capo della banda, come lui stesso si definì, era Francesco Polacchi, allora 21enne, oggi imprenditore 33enne, esponente di spicco di Casapound, “orgogliosamente fascista” e fondatore della casa editrice Altaforte, al centro delle polemiche per la partecipazione al Salone del Libro di Torino. E lui, il giovanissimo Polacchi, il capo della banda di 14 romani, si accanì con tre coltellate contro Stefano Moretti, allora 35 enne, imprenditore sassarese. Moretti finì in ospedale dove rimase ricoverato per 20 giorni, Polacchi fu arrestato per tentato omicidio, accusa poi derubricata in lesioni gravi. Il processo, celebrato al tribunale di Tempio, è andato per le lunghe e il 12 gennaio 2017 il reato è stato dichiarato prescritto. Ma la storia non è finita. Dice l’avvocato Pietro Diaz, che assiste Stefano Moretti insieme alla collega Marcella Muzzo: «Abbiamo avviato l’azione civile nei confronti del signor Polacchi, che sarà chiamato a risarcire il signor Moretti».

Il pestaggio. È lo stesso Stefano Moretti, tatuatore titolare di uno studio molto noto a Sassari, a ricordare l’episodio. «Quella notte, saranno state le 4.40 del mattino, stavo entrando in discoteca perché lavorava lì la mia ragazza. Quel gruppo di ragazzi di estrema destra mi ha circondato, erano tutti giovanissimi, armati di bastoni. Mi sono saltati addosso, hanno iniziato a picchiarmi. Perché? Il motivo non è stato mai chiarito, io non li avevo mai visti prima. Ma credo che mi abbiano preso di mira perché non gli piacevano i miei capelli lunghi e le ciabattine che portavo ai piedi.... Ricordo che erano tanti, io invece ero solo. Per fortuna sono arrivati alcuni ragazzi ad aiutarmi ma hanno preso botte anche loro perché i romani erano molti di più. Poi ricordo la faccia di quello che mi ha accoltellato, per tre volte: diceva di essere il capo, gli altri davano retta a lui».

La fuga e l’arresto. Il capo Francesco Polacchi e gli altri componenti del gruppo se la diedero a gambe prima dell’arrivo dei carabinieri. Ma furono rapidamente rintracciati in un campeggio a San Teodoro, dove, nascosti in una roulotte, saltarono fuori i cinque coltelli a serramanico utilizzati nel pestaggio, due dei quali ancora insanguinati.

Il processo. «Ci sono state diverse udienze – dice Stefano Moretti – ma Polacchi non l’ho mai incontrato. Ho visto che in questi giorni si parla molto di lui». «Il Polacchi non ha preso parte ad alcuna udienza – conferma l’avvocato Diaz – mentre in una delle ultime testimoniò Gabriele Mastrodonato, accusato come Polacchi di lesioni gravi, che tentò inutilmente di scagionare l’amico assumendosi la responsabilità dell’accaduto. Per il quale, dopo dieci anni, è scattata la prescrizione». Lo stesso Mastrodonato
un anno dopo insieme a Polacchi partecipò agli scontri tra i gruppi Blocco studentesco (del quale i due erano esponenti di primo piano) e Sinistra antagonista in piazza Navona: dopo nove anni sia Mastrodonato sia l’editore di Casapound sono stati condannati a 1 anno e 4 mesi.



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