Christian Solinas: "Pronti a cambiare la Sardegna"

L'intervista esclusiva della Nuova Sardegna al governatore. Urbanistica, sanità, trasporti: ecco i progetti in campo

In questa villa immersa nel verde, costruita negli anni della prima guerra mondiale, vive il governatore. È il simbolo del potere regionale messa su dai fratelli Devoto. Christian Solinas è ospitato al primo piano in un ufficio sobrio, ricco di bandiere: italiana, europea e dei quattro mori. Qui ha trascorso i giorni infernali delle trattative per il varo della giunta con un viavai di delegazioni di partito, leader di movimenti e liste civiche.

Caro governatore 73 giorni per fare la giunta sono tanti.

«In realtà tolti i 30 giorni per proclamare gli eletti si è trattato di un mese. Abbiamo discusso a lungo ma alla fine abbiamo messo in piedi, lo dico con orgoglio, una delle giunte più giovani della storia dell’autonomia. Abbiamo imbarcato gente degli Anni Ottanta, limitato quelli di lunga esperienza politica».

Lei e Salvini avete parlato a lungo di inserire nel governo persone di comprovata competenza. Se devo essere sincero non mi pare che sia andata così, non in tutti gli assessorati.

«Valutateli per quello che faranno. Li ho scelti in base alla loro capacità operativa».

A proposito di capacità. Cominciamo col turismo. L’assessore Gianni Chessa, non di primo pelo nell’agone politico, ha inanellato una sequela di gaffe impressionanti (dal museo del coltello che lascerà il segno, al francobollo, al clima da mettere a reddito). Dalle prime uscite non si è capito cosa vuol fare. Me lo spieghi lei.

«In verità Chessa ha una grande sensibilità politica e saprà recepire tutte le richieste. Le linee sono chiare: valorizzazione dei turismi, dei beni archeologici, oltre al patrimonio costiero, mettere a sistema le qualità della Sardegna. L’assessore Chessa ha un modo colorito di esprimere le proprie idee, ma lo valuteremo nei fatti e nei risultati».

Ma lei glielo dà qualche consiglio?

«Valutiamo gli indicatori, il resto sono valutazioni personali».

Vanessa Roggeri ha proposto sulla Nuova un grande progetto culturale che generi turismo, occupazione e immagine.

«Questo patrimonio si traduce in una parola: identità. E questo si può fare con un grande progetto di valorizzazione che deve essere trasversale. Bisogna rivedere l’assetto della Regione. Ci vuole un assessorato che metta insieme turismo, beni culturali e trasporti».

Vuole dire che anche l’opposizione deve essere coinvolta e fare sistema sui problemi più importanti?

«Ripeto, la Sardegna deve dare una risposta di sistema. Il contributo di tutti è fondamentale. Se vogliamo ridurre tutto a sterile polemica né la maggioranza né l’opposizione faranno una cosa utile per l’isola. Nella distinzione dei ruoli ognuno deve dare il suo contributo».

La scelta di due ex Pd, Gabriella Murgia all’agricoltura e Anita Pili all’industria, entrambe inesperte della materia che tratteranno, vuole essere un segnale?

«Avere un approccio umile non significa non conoscere i problemi. Semmai rivelano un interesse ad approfondirli. Non confondiamo il talento della politica con i tecnici, i danni degli ultimi 20 anni sono venuti dai superesperti».

La Lega non l’ha rimproverata per aver messo la Murgia, ex Pd, al posto della signora Inzaina da loro indicata per l’agricoltura?

«Con la Lega c’è stima e lealtà. Se ho fatto queste scelte, vuol dire che erano necessarie».

A proposito dei rapporti con la Lega, come mai non avete candidato uno del Psd’Az alle europee?

«Scissi i simboli, avremmo generato confusione negli elettori. Va bene così».

Parliamo dei trasporti, punto dolente di tutte le giunte. Riuscirete a far capire al governo di Roma e alla Ue che questa regione non deve elemosinare la continuità ma essere garantita al cento per cento?

«Noi abbiamo concordato un periodo di transizione per costruire il nuovo modello di continuità. La Ue stava per far saltare i bandi e sarebbe stato un disastro. Abbiamo sbagliato a concentrare tutto il traffico su Roma e Milano. L’idea è di ripristinare i collegamenti con gli aeroporti medi. I tempi sono chiari: fare tutto entro il 2019 e partire nel 2020 col nuovo modello. I sardi non possono essere prigionieri in casa loro. Ci vogliono certezze sui voli, e sugli orari. C’è un diritto ai collegamenti. Noi abbiamo una sola autostrada, i voli, è impensabile che non si possano avere certezze. Eh no».

Lei ha toccato il punto. Le condizioni di strade e ferrovie sono inaccettabili. Tutte le vie dell’isola hanno bisogno di lavori e di certezze. Si risolve tutto facendo l’Anas sarda?

«No, la giunta Pigliaru pensava di trasformare l’Anas in una centrale di committenza e di progetti. Dobbiamo disconnettere l’Anas nazionale da quello che si deve fare qui per evitare lungaggini. Io penso all’Ares (Agenzia regionale delle strade) perché l’Anas non mette i soldi, ma spende quelli dei fondi che già spettano alla Sardegna. L’Ares deve avere cuore e testa nell’isola. Voglio contrattare col governo di lasciar fuori l’Anas dalla Sardegna. Devono darci i soldi per le infrastrutture».

E le Ferrovie? Vogliono entrare nel pozzo senza fondo Alitalia e non pensano a pezzi del territorio sardo che hanno bisogno di interventi.

«Dobbiamo fare una battaglia gigantesca. Se ragionano in termini di interventi standard non avremo nulla. Lo Stato non può rinunciare al proprio ruolo. Con una linea veloce cambierebbe il nostro modo di vivere l’Isola».

Parliamo di urbanistica. L’assessore Quirico Sanna ha detto in una intervista a Luca Rojch sulla Nuova che il Ppr di Soru non sarà cancellato ma adeguato. Si potrà costruire e tanti temono che voi vogliate cementificare la Sardegna.

«Assolutamente no. La storia parla per noi, i sardisti rispettano la loro terra. Abbiamo grandi bellezze. Abbiamo subito il disboscamento selvaggio, le ferite del Petrolchimico, gli interventi negativi sulle nostre coste. Ma noi dobbiamo rispondere a certe esigenze. Valuterò le compatibilità architettoniche. Buttiamo ciò che è brutto per farlo meglio. Senza pregiudizi. Dobbiamo rispettare l’ambiente ma garantire uno sviluppo turistico».

Lei ha citato il Petrolchimico di PortoTorres. L’Eni cincischia sulla chimica verde, lei cosa farà? «Richiamerò l’Eni alle sue responsabilità. Innanzitutto la spendita dei soldi per le bonifiche. Basta rimpalli. Prima le bonifiche e poi lo sviluppo. Io penso alla chimica fine che valorizzi le erbe officinali e non sia invasiva. Ci sono anche gli investitori, arrivano dagli Usa. E a Fiume Santo bisogna pensare per tempo alla riconversione dal carbone».

Fermo lì, parliamo subito di metano: dorsale, navi gasiere o che altro?

«Non ho pregiudizi sulla dorsale, ma sui tempi sì. Se le navi gasiere portano subito il metano, avviamole. Presto incontrerò l’amministratore delegato della Snam per discutere anche di questi temi».

La Sardegna ha enormi potenzialità, ma non cresce. Pensi all’agricoltura. Oli e vini decantati da tutti, prodotti eccellenti, aziende fiorenti. Lei cosa dirà alla Murgia?

«Tutto quello che esce dall’Isola viene considerato di primo livello. Noi consumiamo il 18-20 per cento della produzione. Dobbiamo liberare il mondo agricolo dalla burocrazia che la strangola, liberare le piccole e medie aziende dai debiti, orientare le produzioni verso i mercati che diano valore».

E sul latte?

«Ho visto i dati sulla quotazione del pecorino romano dunque entro l’anno il prezzo del latte dovrebbe avvicinarsi a un euro. Dobbiamo chiamare questo mondo a una saldatura di sistema per dare equa remunerazione a chi produce e controllo della sovrapproduzione».

Sulla peste suina lei ha elogiato il presidente Pigliaru ma il consigliere regionale leghista Giagoni vuole cambiare strategia. Lo sa che abbiamo gli occhi dell’Ue puntati su di noi?

«Le posizioni devono essere conciliate. Giagoni vuole coinvolgere di più le popolazioni locali per fargli capire che è loro interesse cancellare la peste suina. Basta usare squadre con incappucciati per intervenire in quegli allevamenti».

Questo ci porta alla Sanità: lei licenzierà Moirano, il grande capo dell’Ats? E le quattro Asl al posto di una, basteranno a risolvere tutti i problemi?

«La sanità è il tema principale. I sardi pagano tanto ma non abbiamo il sistema migliore. Tra poco arriverà il piano di abbattimento delle liste di attesa. Dobbiamo avvicinare ai territori le cure, non possiamo costringere la gente a raggiungere i grandi poli ospedalieri lontani. Era sbagliata l’idea di una Asl unica. Moirano andrà a scadenza e non può essere considerato il capro espiatorio. È un manager...».

Lei licenzierebbe Arru?

«Gli elettori hanno già risposto ma la responsabilità è di tutta la maggioranza che ha approvato la riforma».

Avete promesso in campagna elettorale di salvare i piccoli ospedali, cosa state facendo?

«Dobbiamo mantenere i presìdi sanitari con una serie di servizi, ma se lei mi dice che il piccolo ospedale deve avere la cardiochirurgia le rispondo che è meglio andare in una grande struttura».

Chiariamo definitivamente la storia della laurea. Ce l’ha o no?

«Certo, mi sono laureato a Sassari».

In che cosa?

«In Giurisprudenza con una tesi in storia del diritto italiano che parla del Settecento sardo».

Come mai è nata questa polemica?

«Non lo so. È tutto chiaro, ma qualcuno vuole alzare polveroni».

Governatore, rifarete le Province come dice il suo assessore Sanna?

«Esistono delle funzioni che nessuno svolge. La viabilità provinciale esiste, gli istituti secondari hanno bisogno di manutenzione. In termine di costi c’è un personale che si occupa di questi problemi. Bisogna inventarsi una architettura istituzionale semplice».

Perché nessun sassarese è in giunta?

«È casuale. Io ho ascendenze sassaresi. Tengo a Sassari e curerò personalmente quella città».

Chi sarà il vicepresidente della Regione?

«Sto valutando alcuni assessori. Lo faremo presto».

Salvini lo sente spesso, è soddisfatto dell’avvio

della legislatura in Regione?

«Lo sento poco, troppi impegni. Ci stiamo muovendo, ma io ho lasciato il Senato per dedicarmi a questa regione che amo».

Pentito della scelta?

«No. Mi pentirò solo se i risultati non arriveranno».

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