Dorsale sarda del metano, tutto pronto ma manca l’ok della Regione

Enura può completare l’infrastruttura di quasi 600 chilometri entro il 2022

CAGLIARI. Il governatore Solinas ha ribadito alla Nuova di non aver pregiudizi sulla dorsale, ma sui suoi tempi di realizzazione. «Se le navi gasiere portano subito il metano, avviamole», ha detto. In realtà carte alla mano la dorsale rischia di venir completata prima dell’arrivo delle navi gasiere. Adesso la palla è nel campo del governo, in particolar modo dei ministeri dell’ambiente, dove sono depositate i file autorizzativi, e del ministero dello sviluppo economico, che ha in mano i dossier sul metano. Già dal 2017 la Snam, utility nel settore del trasporto e costruzione di reti, che ha come primo azionista la Cassa Depositi e Prestiti, cioè il Tesoro, ha presentato al ministero dell’ambiente due progetti per la metanizzazione dell’isola; uno per il tratto nord e l’altro per quello sud. Da allora l’iter autorizzativo è proseguito regolarmente, con centinaia di documenti inviati al comitato tecnico e osservazioni ricevute e inviate anche con gli enti locali. È recente la costituzione di una joint-venture tra la stessa Snam e la Società Italiana Gasdotti, secondo trasportarore di gas naturale del paese, soci principali la australiana Macquarie e gli svizzeri di Swiss life, che ha portato alla nascita di Enura, il soggetto che dovrebbe realizzare appunto il metanodotto sardo.

Il progetto in pratica è pronto. Tutti i dettagli sono stati definiti: 388 chilometri di linee principali e 195 di linee secondarie. Le carte del ministero riportano ogni metro dell’isola dove dovrà passare il tubo, e definiscono anche la tempistica, che tra i due tronconi, visibili nella carta qui sopra, presenta una differenza di un solo anno. Secondo gli osservatori, entro il 2019 il ministero dell’ambiente dovrebbe emettere il decreto autorizzativo per il tratto sud del gasdotto, con i lavori che entrerebbero a regime nei primi mesi del 2020. Se il deposito costiero di Cagliari proseguisse il suo autonomo iter autorizzativo, è ragionevole credere che il tratto meridionale del gasdotto entrerà in esercizio nel 2021. Tempi leggermente più lunghi per il tratto nord, che dovrebbe essere completato a cavallo del 2022.

I due progetti hanno distanze diverse e prevedono percorsi non modificabili. Quello nord, lungo 237 chilometri con 112 di linee secondarie, prevede i due punti di accesso a Porto Torres e Olbia, con il punto di congiunzione a Macomer e la derivazione verso Nuoro. Quello sud, 151 chilometri di linea principale e 83 secondaria, da Oristano prevede il collegamento verso Cagliari e la derivazione a Vallermosa sino a Carbonia. Ogni tratta è stata interessata da studi specifici sull’impatto naturale e antropico dell’intervento, con studio sul percorso della rete, in pratica già definito nei dettagli metrici, non chilometrici.

Il costo dell’opera è indicato nel progetto di poco superiore ai 410 milioni di euro, ma studi indipendenti hanno rimodulato questa cifra avvicinandola ai 440 milioni di euro. Definiti anche le ricadute economiche e occupazionali dell’intero intervento sull’isola. È stato il dipartimento di ingegneria meccanica dell’Università di Brescia a effettuare uno studio sull’impatto sociale dell’intervento, commisurato a oltre il 50 per cento dell’investimento, tra spese dirette e valore aggiunto innescato nell’indotto.

L’unica incognita, al di là delle forme di approvvigionamento della dorsale, ritenuta dagli stessi tecnici del mise come strategica e indispensabile per ragioni legate alla sicurezza e alla certezza del servizio, riguarda su dove andranno a scaricarsi i costi dell’opera. Nella cartina tratta dai documenti inviati al ministero, ci sono due colori di rete, quella rossa e quella azzurra.

La rossa è la vera e propria dorsale, e secondo diversi esperti, compresi i dirigenti del Mise, fa parte a tutti gli effetti della rete nazionale di trasporto del gas e come tale deve essere assoggettata alle stesse regole che prevedono un costo in bolletta uguale per tutti gli utenti nazionali, siano essi a Udine o a Trapani, che copre appunto il costo della rete. Così già avviene per la rete elettrica ad alta tensione sarda, che fa parte della rete nazionale e i cui costi di esercizio realizzazione sono divisi tra tutti gli italiani.

Questa linea di pensiero però non viene condivisa da tutti gli esperti e gli attori istituzionali. La rete sarda, in questo caso, sarebbe a carico solo della Sardegna, e il costo per gli utenti in bolletta della quota di trasporto di conseguenza sarebbe più elevato.

È evidente che la prima ipotesi è caldeggiata da tutti i protagonisti sardi del progetto, ed è sicuramente accolta dallo stesso
governatore Solinas. Questi però dovrà usare le sue competenze diplomatiche per riuscire a mettere un punto fermo su chi, alla fine dovrà pagare la dorsale. Necessaria a far quadrare l’intero sistema: rigassificatore+depositi costieri+dorsale.

@gcentore. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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