Delitto del lago, il testimone: «Così l’abbiamo sepolto»

Hanno agito in quattro, il corpo del 18enne Manuel Careddu di Macomer è stato trasportato dentro un bidone dei rifiuti

INVIATO A CAGLIARI. Uno zaino, un panetto di marijuana, un pacchetto di sigarette vuoto con dentro sessanta euro. Sparì tutto la sera dell’11 settembre assieme al corpo di Manuel Careddu. Era ciò che restava degli ultimi istanti di vita del diciottenne di Macomer. La deposizione di Nicola Caboni, il ventenne che ha patteggiato quattro anni per aver collaborato nel trasportare il cadavere dal lago Omodeo e nel nasconderlo nel terreno di Costaleri alla periferia di Ghilarza, riporta tutti per l’ennesima volta dentro le ore e i luoghi del delitto.

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La testimonianza di Caboni, richiesta nell’udienza di due giorni fa dalla giudice Michela Capone a cui è affidato il processo ai due minorenni G.C. e C.N., va avanti a fatica. Dura circa due ore, tra tentennamenti, tanti «non ricordo», tante esitazioni e alla fine il rischio di una nuova contestazione per falsa testimonianza. Solo allora Nicola Caboni si limita a confermare con diversi «sì» quanto già dichiarato di fronte al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Oristano che lo interrogò subito dopo il suo arresto e prima del patteggiamento per soppressione di cadavere, tanto che, ancora detenuto al carcere di Massama, ieri è arrivato al tribunale dei minori di Cagliari in manette scortato dagli agenti della polizia penitenziaria. Erano i giorni immediatamente successivi al ritrovamento del corpo di Manuel nel terreno utilizzato abitualmente dal padre di Christian Fodde e proprio lì si è tornati ieri.

Tutto è ora più chiaro. Sono chiari i movimenti della banda, sono più chiari anche i ruoli e i partecipanti alla soppressione del cadavere. Non in due, come più volte scritto, ma in quattro avrebbero quindi partecipato. È più chiara anche la scansione delle azioni nel tempo. Manuel Careddu viene assassinato l’11 settembre e seppellito vicino al luogo in cui era stato colpito alla testa da una piccozza e una pala. Il terreno è quello di Riccardo Carta, nelle campagne del Comune di Soddì, il quale però non vuole il corpo lì troppo a lungo. Ci lavora in quei campi e poi i ragazzi hanno paura che le acque del lago si sollevino con le piogge o la marea, scoprendo la prima e improvvisata tomba e trascinando il cadavere. Il timore è che sulla superficie dell’Omodeo possa riaffiorare, prima o poi, quel che nessuno deve vedere perché l’omicidio è un segreto inconfessabile.

È allora che si decide di portarlo via, in un luogo che non dia nell’occhio e sia meno pericoloso. In un luogo in cui nessuno andrebbe a cercarlo. Si decide per il terreno in cui lavora anche Christian Fodde assieme al padre, ma prima bisogna mettersi d’accordo su chi lo fa e come lo si fa. Nessuno vuole aiutare Christian che ha chiesto una mano. Gli dice no Riccardo Carta, gli dice no C.N, gli dice no Nicola Caboni che, nel frattempo, è stato informato di quel che avevano combinato gli amici al lago la sera prima. All’inizio è netto nella sua risposta che ha ripetuto ieri in aula: «Avete apparecchiato la tavola, adesso la sparecchiate voi». Ma è notte e qualcosa bisogna fare. Christian insiste e alla fine è proprio Nicola Caboni a convincere tutti a collaborare. «L’ho fatto per amicizia verso di lui», ha confermato ieri in aula, prima di proseguire col racconto esitante di quanto accadde durante la notte tra il 12 e il 13 settembre scorso. Christian Fodde chiede a Riccardo Carta di poter utilizzare il suo motocarro per trasportare il corpo, ma ottiene un rifiuto. All’insaputa della sorella decide allora di prenderne la macchina. I quattro rubano un bidone della spazzatura da un bar di Ghilarza e poi vanno al lago. Al rientro verso Ghilarza usano il metodo classico delle staffette: una macchina “pulita” davanti con a bordo Caboni e C.N.; una dietro con il solo Fodde e un carico troppo ingombrante per non prendere precauzioni. Se dovesse esserci qualche intoppo, magari un posto di blocco, chi trasporta Manuel verrebbe avvisato per tempo oppure a essere fermata sarebbe solo la prima macchina, mentre la seconda non avrebbe problemi. Vanno avanti e non incontrano ostacoli sino a Costaleri. Manuel, coi vestiti che non gli sono mai stati levati e avvolto in un telo da mare, viene messo dentro il bidone della spazzatura collocato nel cofano.

A scavare, secondo il racconto di Nicola Caboni, è inizialmente Riccardo Carta. Poi l’opera sarebbe proseguita con l’apporto di tutti. È buio e in campagna non passa anima viva, nonostante proprio di fronte al campo abiti un altro allevatore che però evidentemente non sente rumori. Quando tutto è concluso, Nicola Caboni compie l’ultimo atto delle primissime ore del 13 settembre: prende una tanica di benzina, cosparge di liquido il bidone rubato al bar dov’era stato deposto Manuel e gli dà fuoco. Cancella così ogni traccia biologica. Quel che resta è un mucchio di cenere a pochi metri dalla prima tomba del ragazzo ucciso.

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