Alberto e l’amico suicida: ascoltate di più noi ragazzi

Il figlio 19enne del sindaco Conoci ha atteso il dopo elezioni per scrivere E nel ricordo di chi ha scelto il tragico gesto lancia un appello: non escludeteci

ALGHERO. Alberto è arrabbiato. Non ce l’ha con nessuno, ma quell’amico che non c’è più, che da alcune settimane non è più con lui, gli ricorda ogni giorno che forse lui e tanti altri ragazzi come lui non vengono ascoltati abbastanza. O non vengono capiti sino in fondo. Alberto Conoci, 19 anni, da due giorni “il figlio del sindaco” di Alghero, viene da uno dei mesi più impegnativi della sua vita. La campagna elettorale, certamente, è stata una prova formativa. Ma soprattutto Alberto non ha più al suo fianco il suo migliore amico, vittima di fragilità emerse all’improvviso, senza dare a nessuno il tempo di provare a tamponarle, a ridimensionarle, a dare il giusto peso alle difficoltà.

Alberto è arrabbiato ed è triste, e l’ha voluto scrivere a tutti. Nessun dito puntato. Solo una richiesta di aiuto, affidata a una lettera pubblica in cui si rivolge agli adulti, gli tende la mano. Quella sua missiva affidata agli organi di stampa ha fatto il giusto scalpore, ha rimesso al centro del dibattito politico e culturale la necessità di ripensare la città, la comunità, in funzione di bisogni e di necessità che sanno di domani, e che sanno solo loro: i ragazzi.

A 48 ore di distanza, Alberto è convinto di quel che ha fatto tra una visita alla tomba dell’amico e lo studio per l’esame di maturità. «Avevo deciso di farlo subito dopo la morte del mio amico, ma non ne ero sicuro – racconta – e poi non volevo che sembrasse una cosa da campagna elettorale». Alberto è un ragazzo coraggioso e determinato, perciò una volta presa la decisione non l’ha voluta condividere con nessuno. «Ho giusto aspettato di capire se ai familiari del mio amico avrebbe fatto piacere, quando ho avuto la sensazione che gli sarebbe stato di conforto l’ho fatto», spiega.

A maggior ragione dopo che le sue parole sono finite sulla bocca di tutti, mantenendo vivo il ricordo di quel ragazzo con cui non può più scherzare o arrabbiarsi, come succede tra amici, è contento «di quello che ho scritto e di come l’ho scritto», ammette. Anche perché non è un’accusa, la sua, ma una richiesta d’aiuto di cui “i grandi” devono farsi carico. Il primo è suo padre, Mario Conoci, che da lunedì pomeriggio è sindaco di Alghero. «Ho appreso della decisione di Alberto quando ho letto quella lettera sui giornali, non ne sapevo nulla», rivela. La prima e umanissima emozione è stata la commozione. «Ho pianto, perché ho pensato al ragazzo – spiega Conoci – e al dolore profondo che provoca quell’assenza».

Quanto alle parole del figlio, «mi aveva già esternato quelle considerazioni». Verso di esse ha un doppio obbligo, ora. «È evidente che bisogna trovare un modo di dialogare con i giovani, ce lo stanno chiedendo in tutti i modi», dice indossando i panni del sindaco. «Dobbiamo fargli capire che non intendiamo ascoltarli tanto per ascoltarli, ma che ci interessa quel che pensano, come vedono le cose, per chiedere loro consigli», insiste il sindaco. «Non penso che sia utile attivare altri sportelli, che creano comunque una distanza, una separazione – dice Conoci – forse è davvero il caso di coinvolgerli nelle decisioni, farli partecipare, farli sentire protagonisti».

Per questo, più che circoscrivere il confronto con loro a uno spazio o a un momento preciso, forse è il caso di «agganciarli attraverso la scuola, le associazioni delle famiglie e tutte le altre istituzioni», propone il sindaco. «Ne ho parlato anche col vescovo, padre Mauro Maria Morfino, nell’incontro privato subito dopo
le elezioni», dice. «Come giunta e struttura amministrativa lavoreremo sicuramente a un progetto che vada in questa direzione – conclude – le idee le abbiamo già, vanno sviluppate e messe in pratica». È una promessa di padre e di sindaco a un ragazzo che parla a nome di una generazione.

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