Alghero, il marito assassino sfida gli zii di Michela: ci vediamo

Nella prima udienza il legale ha chiesto il rito abbreviato per Tilocca

SASSARI. Si incrociano sulle scale del tribunale, pochi istanti prima che cominci l’udienza. Marcello Tilloca ha le manette strette ai polsi ed è “protetto” da un cordone di agenti di polizia penitenziaria, gli zii di Michela Fiori, invece, sono insieme agli avvocati di parte civile Lisa Udassi, Marco Manca e Daniela Pinna Vistoso.

È un attimo, una frazione di secondo, due parole che squarciano il silenzio al secondo piano del palazzo di giustizia: «Ci vediamo!», dice Tilloca con un ghigno quasi beffardo, rivolgendosi a Giuseppe e Vittorio Fiori, i due zii della donna uccisa, entrambi ex carabinieri. Loro ricambiano lo sguardo, per nulla intimoriti, non replicano. «Noi siamo qui», diranno poco dopo, fuori dall’aula dove si celebra l’udienza a porte chiuse.

Maglietta chiara, volto per nulla sofferente, il 43enne di Alghero Marcello Tilloca, ieri mattina si è presentato insieme all’avvocato difensore Pietro Diaz davanti al gup Michele Contini come imputato per l’omicidio – avvenuto lo scorso 23 dicembre – della ex moglie Michela Fiori. La quarantenne era stata strangolata a mani nude da quell’uomo che aveva sposato tanti anni fa e dal quale aveva avuto due figli. Nell’antivigilia di Natale lui aveva bussato a casa della donna, in via Vittorio Veneto, lei gli aveva aperto, quasi sicuramente avevano discusso, Tilloca era accecato dalla rabbia, non accettava la fine della storia e quella mattina di dicembre potrebbe esser andato a trovare la ormai ex moglie (l’udienza di separazione era stata fissata per gennaio) con le idee molto chiare. Dopo la lite le aveva stretto le mani al collo e l’aveva strangolata senza pietà. Poi era andato via, aveva preso i figli dalla scuola di calcio di Olmedo e li aveva portati con lui al supermercato a fare la spesa. Nel pomeriggio aveva chiamato l’avvocato e si era costituito ai carabinieri di Alghero.

Ieri mattina in udienza il legale di Tilloca ha chiesto che il suo cliente venga processato con un abbreviato secco e che sia sottoposto a esame, il giudice Contini scioglierà la riserva il 10 settembre. Nella stessa data deciderà sull’ammissione come parti civili di due associazioni onlus: la Rete delle donne, di Alghero (rappresentata dall’avvocato Gavinuccia Arca) e “Al posto tuo”, di Torino (tutelata dall’avvocato Loredana Gemelli, sostituita ieri in aula dalla collega di Sassari Maria Claudia Pinna). L’avvocato Pietro Diaz ieri mattina ha sollevato due eccezioni sostenendo che, nel caso della Rete delle donne di Alghero, non ci sarebbe un interesse diretto al risarcimento del danno, così come non avrebbe ragion d’essere – a parere del difensore dell’imputato – un interesse generale da parte di una onlus nazionale.

È stata invece ammessa già ieri la costituzione della mamma di Michela, Giuseppina Grasso (con l’avvocato Lisa Udassi), del fratello Luca (con Marco Manca) e della nonna Maria Lucia Caneo (tutelata da Daniela Pinna Vistoso). Per il 10 ottobre è stata fissata la discussione dell’udienza preliminare: dopo la requisitoria del pubblico ministero Mario Leo la parola passerà ai legali delle parti civili e al difensore.

Intorno a mezzogiorno si è spalancata la porta dell’aula del gup: Marcello Tilloca è uscito dall’aula sempre scortato dalla polizia penitenziaria del carcere di Bancali dove si trova rinchiuso da ormai quasi sette mesi. Ha guardato ancora una volta gli zii di Michela, senza proferire parola stavolta. Loro, che hanno scelto di non costituirsi parte civile, hanno atteso in silenzio. Con gli occhi lucidi e il pensiero perennemente rivolto a una nipote speciale, cui erano molto legati: «La nostra vita è cambiata per sempre da quel 23 dicembre». L’uomo con cui la giovane donna aveva deciso di sposarsi a loro non era mai piaciuto. C’era qualcosa nei suoi occhi, nel suo atteggiamento, nelle sue parole, che non li lasciava tranquilli. Dopo l’omicidio hanno saputo che Michela era stata
anche minacciata dal marito. Più volte. Ma lei se l’era tenuto per sè, non lo aveva detto nemmeno al fratello Luca. Voleva che la sua famiglia non si preoccupasse. Era fatta così, era ottimista e fiduciosa, pensava di potercela fare da sola. Sbagliava.

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