Poco spazio in cella, risarcito: 15mila euro al bandito Piras

Per il giudice l’ex ergastolano è stato detenuto 33 anni in condizioni disumane 

CAGLIARI. Un detenuto non può vivere in una cella se lo spazio disponibile è inferiore a tre metri quadrati. Se questo accade la giurisprudenza della Cedu - la Convenzione europea per i diritti dell’uomo - è chiarissima: il trattamento carcerario viene valutato come «inumano e degradante» al punto che «nessun altro fattore può controbilanciare». È appigliandosi a questa norma, compresa nell’articolo 3 della Convenzione, che l’ergastolano storico Piero Piras di Arzana, 75 anni, coinvolto in antichi omicidi e sequestri di persona oltre che nella strage di Lanusei, si è rivolto al tribunale civile di Cagliari e ha ottenuto una sentenza per certi versi clamorosa: il giudice Giorgio Latti ha condannato il ministero della Giustizia a risarcire l’ex bandito, oggi in semilibertà, con 15 mila euro più gli interessi legali, una somma che dovrebbe compensare il trattamento disumano ricevuto da Piras nei 12.095 giorni di detenzione trascorsi nell’arco di 33 anni in undici penitenziari diversi tra cui quelli di Cagliari, Nuoro, Is Arenas, Alghero e Lanusei.

Grazie al lavoro del suo legale, l’avvocato Pierandrea Setzu, l’ex primula rossa del banditismo sardo è stato in grado di illustrare nel ricorso al tribunale ogni situazione vissuta in carcere, descrivendo minuziosamente le condizioni delle celle, gli arredi, la posizione del letto, lo stato dei servizi igienici e soprattutto lo spazio da condividere con gli altri detenuti. Una sorta di viaggio a ritroso nel tempo cui il Ministero della Giustizia attraverso l’Avvocatura dello Stato non ha potuto opporre argomenti convincenti, se non il tentativo - respinto dal giudice - di contestare la prescrizione dei fatti addebitati. Attraverso il suo avvocato l’ex ergastolano aveva chiesto un risarcimento complessivo di 96.760 euro, il calcolo del giudice gli è costato un taglio consistente delle pretese, ma ciò che conta è la vittoria giudiziaria di Piras, cui il magistrato ha riconosciuto la fondatezza delle sue lamentele mettendo un punto fermo sulla gravità delle lacune che affliggono da sempre il sistema carcerario sardo.

Insuperabile la motivazione del ricorso, ripresa nella sentenza del giudice Latti: appena il 26 gennaio del 2018 è stata la Corte di Cassazione penale a decidere che «lo Stato incorre nella violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti, stabilito dall'articolo 3 della Cedu, così come interpretato dalla conforme giurisprudenza della Corte Edu (con sentenza dell'8 gennaio 2013, Torreggiani contro Italia) quando il detenuto in una cella collettiva non possa disporre singolarmente di almeno tre metri quadrati di superficie, detraendo l'area destinata ai servizi igienici e agli armadi, appoggiati o infissi stabilmente alle pareti o al suolo, mentre non rilevano gli altri arredi facilmente amovibili come sgabelli o tavolini. Dal calcolo della superficie va espunto lo spazio del letto sia a castello che singolo, essendo in entrambi i casi compromesso il "movimento" del detenuto nella cella. Infatti, se è vero che lo spazio occupato dal primo è usufruibile per il riposo e l'attività sedentaria, è anche vero che tali funzioni organiche vitali sono fisiologicamente diverse dal "movimento", il quale postula, per il suo naturale esplicarsi, uno spazio ordinariamente "libero"». In base a questo pronunciamento il giudice Latti ha concluso che «lo spazio per il detenuto vada determinato al netto, oltre che dei servizi igienici, degli arredi e dei letti».

La Convenzione stabilisce che se lo spazio disponibile per il detenuto è al di sotto dei tre metri quadrati il trattamento è disumano, se invece la superficie è compresa fra tre e quattro metri «devono essere tenute in considerazione anche altre condizioni di detenzione». Quelle che l’avvocato Setzu ha denunciato nel suo ricorso, dove si parla di celle invase da blatte e ratti, di igiene ai minimi termini e di opportunità di lavarsi ridotta all’essenziale.

Latitante per anni dopo varie storie di sangue e sequestri, Piras si costituì nel 1980 all’allora capo della Criminalpol Emilio Pazzi in cambio

- emerse in un successivo processo - di 300 milioni di lire. Più avanti la magistratura ottenne il sequestro del patrimonio messo insieme dal bandito, per un valore di 4 miliardi e mezzo di lire, fra beni immobili per 3,7 miliardi e 800 milioni fra contanti, titoli, buoni postali e azioni.

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