Il cowboy dello spazio arrivava da Ghilarza

Walter Schirra, comandante dell’Apollo 7, trascorse undici giorni in orbita

SASSARI. Chissà se dagli oblò dell’Apollo 7 il capitano Wally Scirra abbia mai lanciato uno sguardo alla sua terra d’origine. Improbabile, nonostante gli undici giorni trascorsi in orbita a bordo dell’angusta navicella spaziale. La conoscenza del suo albero genealogico si fermava a quel nonno partito dalla Svizzera a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del 900. Uno dei primi space cowboys americani non sapeva, o forse non ricordava, che il Canton Ticino era solo una tappa del lungo viaggio affrontato prima di sbarcare negli Stati Uniti. Perché quel Scirra altro non era che la lettura americana di un cognome che di americano non ha nulla: Schirra. La fonetica corretta è più dura, più italiana, più sarda. La famiglia Schirra, infatti, dovrebbe essere partita per il Canton Ticino da una cittadina della Sardegna, Ghilarza. Ne erano convinti i giornalisti del Corriere di Napoli che, il 4 ottobre del 1962 dedicarono la pagina 5 del giornale proprio all’astronauta originario di Ghilarza. Non ci fu molto clamore dopo lo scoop partenopeo e Walter Schirra rimase per tutti Wally Scirra, compreso il sardo Tito Stagno che, commentando la missione nei telegiornali dell’epoca, leggeva il cognome del pioniere dello spazio alla stessa maniera dei suoi colleghi americani.

Origini misteriose. L’unica fonte è proprio il Corriere di Napoli. Per tutti gli altri Wally era il nipote di un ticinese che per qualche motivo aveva un cognome sardo. Anche dal suo paese d’origine non arrivano conferme: «Conosco da tempo questa storia – spiega il sindaco, Alessandro Defrassu – ma nonostante le ricerche non siamo riusciti a collocare con certezza questa famiglia nel nostro paese. Certo, il cognome è sardo ed è anche molto diffuso nella nostra zona. Questo è un indizio ma anche una difficoltà per via del parentado che potrebbe essere talmente esteso da aver perso il ricordo di quell’uomo che lasciò Ghilarza tanti anni fa». A complicare ulteriormente una ricerca già quasi impossibile c’è un altro dettaglio messo a fuoco dal sindaco: «Considerando le date che abbiamo a disposizione, è probabile che la famiglia di origine di Walter Schirra partì da Ghilarza prima del 1864, l’anno in cui il Regno d’Italia istituì la prima anagrafe». La prima anagrafe era facoltativa e divenne obbligatoria solo nel 1871, in occasione del secondo censimento della popolazione italiana. Anche i figli di Wally, il 69enne Walter Marty e la 62enne Suzanne, brancolano nel buio: «Ho sempre sentito parlare solo di Loco, in Svizzera, da cui è partito mio bisnonno – spiega Walter Marty che adesso vive a San Francisco – ma ne parlerò con mia sorella che custodisce un piccolo archivio di famiglia. Magari salterà fuori qualcosa».

Le missioni. Walter Schirra è stato il comandante della prima missione Apollo, quella che doveva testare la sopravvivenza umana per il periodo necessario per raggiungere la Luna e che, di fatto, dimostrò che l’uomo avrebbe potuto conquistare il satellite terreste. Il comandate di probabile origine sarda fu anche l’unico astronauta a partecipare ai tre programmi spaziali statunitensi che portarono l’uomo sulla Luna: Mercury, Gemini e Apollo. Il suo esordio nello spazio, nono uomo a farlo, è datato 3 ottobre 1962 a bordo della missione Mercury-Atlas 8. Da tempo, infatti, Schirra era stato selezionato tra i 110 piloti scelti dalla Nasa per il programma spaziale. Dopo i successi ottenuti con Mercury-Atlas 8 e con Gemini 6, in cui venne effettuato la prima manovra “incontro” tra due componenti di una navicella spaziale, Schirra ottenne il comando della prima missione del programma Apollo. Wally e il suo equipaggio vennero lanciati verso lo spazio l’11 ottobre del 1968 e rimasero per 11 giorni in orbita attorno alla Terra. La missione fu un successo tecnico ma non fu utile solo per testare la meccanica del primo viaggio spaziale fuori dall’orbita terrestre. Durante il volo, infatti, una serie di complicazioni fisiche convinse la Nasa a dedicare agli astronauti anche un supporto psicologico. Schirra, infatti, fu il primo uomo a litigare con la Terra dallo spazio e a mandare a quel paese gli ingegneri di Cape Canaveral.

Il raffreddore spaziale. L’Apollo 7 fu anche la prima navicella spaziale a trasportare una telecamera e a trasmettere le immagini dallo spazio. Anche in questo caso filò tutto liscio, a parte la diatriba con il controllo missione. Ragionando per luoghi comuni, Schirra mise in campo tutta la sua testardaggine made in Sardinia. Il capitano prese il raffreddore durante il primo giorno di missione. Solo un inconveniente, se si ragiona in termini terrestri. Nello spazio, però, la gravità non aiuta il deflusso del muco e gli astronauti furono costretti a decongestionarsi con robuste soffiate. Una pratica che non avrebbero mai potuto eseguire durante il ritorno sulla Terra, quando avrebbero dovuto indossare casco e guanti. In contrasto con quanto ordinato da Cape Canaveral, che acconsentì solo in un secondo momento, Schirra e i suoi due uomini di equipaggio decisero di rientrare nell’orbita terrestre senza indossare casco e guanti. La paura che lo sbalzo di pressione causato dal rientro nell’atmosfera potesse sfondargli i timpani ostruiti del muco superava anche il
rischio della perdita della pressione interna alla navetta, che avrebbe causato la morte dei tre astronauti. Non accadde nulla e l’ultima missione dell’astronauta di origine sarda spianò la strada alla conquista della Luna. Walter Schirra è morto da eroe americano il 3 maggio del 2007.

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