Il procuratore Mazzeo: «Fermiamo questa faida»

Appello del magistrato: «Chi sa parli, il paese rompa il muro di omertà»

INVIATO A LANUSEI. «Più che un colpo di grazia, è stato lo sfregio finale. Non gli hanno voluto risparmiare nemmeno quello, è stato seguito lo stesso rituale macabro di altri omicidi avvenuti qui in Ogliastra negli ultimi anni, con le stesse modalità. Anche per questo stiamo lavorando sull’ipotesi che possano essere legati da un unico filo rosso di sangue. Una serie di regolamenti di conti maturati in un contesto di criminalità che si dedica alle rapine, alla droga e ad altri reati. Una sorta di faida. Per questo ora spero, e chiedo, che nessuno raccolga questo sfregio, l’ennesimo. Perché bisogna mettere un punto e ripartire: il sangue non deve chiamare altro sangue. L’unica salvezza è questa. Ma Arzana deve parlare, perché finora non lo ha fatto. Serve una presa di coscienza della popolazione, bisogna rompere il muro di omertà. C’è persino qualcuno che non ha sentito gli spari ed è praticamente impossibile, data la particolare posizione dell’ovile».

Scrivania invasa dalle carte, computer acceso, telefono che trilla: nel suo ufficio al secondo piano del palazzo di giustizia di Lanusei, il procuratore Biagio Mazzeo è reduce da una domenica di fuoco, trascorsa tra sopralluoghi sul luogo del delitto, indagini, piste da seguire e tante domande ancora senza risposta legate all’ennesimo omicidio in Ogliastra commesso con lo stesso tremendo rituale: agguato, pallettoni, sfregio finale.

Sarà anche per questo tragico ripetersi di sangue, che il procuratore di Lanusei, in mezzo a tante domande, si abbandona anche a un piccolo sfogo che sa anche di riflessione lucida sulla criminalità del territorio. «Sono arrivato qui a Lanusei il 28 settembre del 2015 – racconta – e il 23 dicembre ho seguito il primo omicidio come procuratore di Lanusei. In quel momento, di fronte a quel cadavere orrendamente mutilato, e alla quasi indifferenza dovuta all’abitudine che ho notato in alcuni, ho avuto come un senso di scoramento. E da allora ho seguito altri omicidi con le stesse modalità, con lo stesso rituale macabro».

Per il procuratore Mazzeo, e per la polizia giudiziaria che da cinque anni coordina in Ogliastra – c’è dunque un filo neanche tanto sottile che lega le ultime morti da “muretto a secco”. «Un filo che arriva fino a Balzano – spiega – anche questo programmato con estrema freddezza e lucidità. Lo osservavano da tempo e ne conoscevano abitudini e spostamenti». E a chi gli chiede come mai, Balzano, girasse disarmato, nonostante probabilmente sapesse di avere qualche nemico, il procuratore risponde con l’aria di chi ormai ha capito come vadano certe dinamiche: «Perché era spavaldo, e perché probabilmente lo aveva messo in conto. C’era in lui, a parer mio, anche una certa componente di fatalismo. Sapeva che prima o poi il fucile poteva spuntare. Altri, nella sua condizione, erano andati via. Lui no, lui aveva deciso comunque di rimanere. Questione di scelte e soprattutto di carattere».

Ma il vero punto, da adesso in poi, per il procuratore Mazzeo, è un altro, e piuttosto delicato. Risiede in quello sfregio finale che i killer hanno voluto riservare al corpo di Balzano. «Ecco – dice Mazzeo – la svolta sarebbe nel non raccogliere quello sfregio, nel mettere un punto. È questa l’unica salvezza per il territorio. Una salvezza che passa, tuttavia, anche per una rinnovata fiducia nella giustizia, un superamento del muro dell’omertà. Anche per questa vicenda, infatti, stiamo riscontrando che questo muro esiste ancora. Notiamo un certo fastidio nelle persone persino per una semplice convocazione in
caserma per raccontare se hanno visto o sentito qualcosa. Qui nessuno sente o vede mai niente. Allora, io capisco la popolazione: non si può pretendere l’eroismo dai singoli cittadini, ma qui non stiamo chiedendo gesti eroici, ma solo o quantomeno che ci dicano di aver sentito gli spari».

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