Peste suina quasi debellata, serve l’aiuto dei cacciatori

Il virus fa ancora paura ma mancano pochi passi alla definitiva eradicazione Laddomada, Izs: «Con il loro impegno sarà più facile gestire i cinghiali infetti»

SASSARI. La descrizione rende l’idea: «La peste suina africana è una delle peggiori epidemie che hanno interessato il mondo animale di cui si ha notizia». Lo sostiene Alberto Laddomada, direttore dell’Istituto zooprofilattico della Sardegna (Izs). E l’impressione è che la sua idea ormai sia condivisa in gran parte del mondo. La Cina ha perso metà della produzione per colpa del virus, nel sud-est asiatico la Psa si è diffusa oltre ogni previsione, comprese quelle più pessimistiche, e anche l’Europa rischia di perdere la gran parte degli allevamenti: solo in Bulgaria negli ultimi giorni sono stati abbattuti 130mila capi, un terzo della produzione. Uno scenario agghiacciante dal punto di vista sanitario – smaltire i suini infetti è un problema – ma anche dal punto di vista economico. La Psa è un flagello planetario e la Sardegna potrebbe sfruttare un’occasione d’oro. Prima di passare all’incasso, però, manca ancora qualcosa.

Manca poco. È il mantra degli ultimi tempi, ripetuto spesso perché, si sa, le ripetizioni giovano. «Ci sono ancora due questioni aperte – puntualizza Alberto Laddomada –. La prima è anche la più importante perché le analisi sugli animali bradi ci hanno confermano il ruolo recitato nella diffusione della Psa in Sardegna. Per questo è così importante il divieto di pascolo brado, inclusi gli abbattimenti degli ultimi bradi ancora fuori controllo. Abbiamo però anche dati positivi: gli animali infetti sono sempre meno. Alla fine di una lunga epidemia (da 40 anni la Psa disturba la Sardegna, ndr) serve però più severità, non bisogna mollare perché mancano solo le ultime sacche che speriamo di risolvere nei prossimi mesi». Il secondo punto dell’emergenza è in realtà un aspetto del contagio riveduto e corretto: «I cinghiali, secondo i dati storici, che abbiamo raccolto non sono il serbatoio dell’infezione – spiega Laddomada –. Più che altro l’hanno subita dai domestici e dai bradi. Abbiamo tanti esempi che lo dimostrano. Certo, l’eliminazione dei bradi infetti non può escludere che il virus resista nei cinghiali ma la prossima campagna venatoria potrebbe risolvere anche questo problema, sempre che i cacciatori, che si sono comportati benissimo, adottino ancora le misure igienico sanitarie sull’eviscerazione dei cinghiali».

I rischi dell’ultimo miglio. L’idea che possa andare tutto all’aria per colpa di un calo di attenzione nelle pratiche post caccia fa tremare l’istituto zooprofilattico: «L’eviscerazione deve essere svolta in modo corretto, soprattutto per quanto riguarda lo smaltimento delle interiora – aggiunge il direttore dell’Izs – che deve essere effettuato seguendo le linee guida. È la pratica più rischiosa e può far ripartire il virus in pochissimo tempo. Lo dimostra no la riduzione della circolazione del virus tra i cinghiali durante l’estate e la ripresa durante l’inverno, con la riapertura della caccia. È vero che non abbiamo più domestici infetti, e che i bradi sono pochissimi, ma comunque è necessario seguire le regole. Consideriamo una popolazione di 90mila cinghiali e un abbattimento medio di 40mila unità all’anno – prosegue Laddomada –, se ce ne fosse anche solo uno su mille infetto significherebbe un parco potenziale di 40 animali infetti, più che sufficienti per cancellare i risultati raggiunti negli ultimi anni. Per questo serve la massima collaborazione dei cacciatori che devono continuare a consegnare i campioni per il monitoraggio, augurandoci che dalla prossima stagione i dati siano ancora più incoraggianti. Solo così potremo eliminare il virus in tempi ragionevoli. E ne gioverebbero soprattutto gli allevatori perché in presenza di un focolaio devono rispettare restrizioni particolari e controlli sempre più costanti. Senza focolai – conclude Laddomada – i controlli restano ma sono meno assillanti. Considerando che negli ultimi 11 masi non ci
sono stati focolai di Psa significa che tutti stanno lavorando bene e che loro avranno sempre meno seccature». E l’incredibile - fino a qualche tempo fa - opportunità di ritornare a commerciare le carni di maiale in mercati decongestionati da alcuni tra i più grandi produttori mondiali.

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