Il commento: la Sardegna che si spopola e una frattura da rinsaldare

Il destino di paesi e città: le previsioni indicano un calo demografico che presto interesserà anche i grandi centri

Parto dai due fatti distinti avvenuti nei giorni scorsi a Baradili e Nughedu Santa Vittoria che la cronaca ha riportato come “contrasto allo spopolamento” (l’inaugurazione degli ATM Postamat e un convegno dedicato al turismo dei luoghi meno noti), per contribuire al dibattito indicando tre possibili ambiti riflessivi.

1) I processi di spopolamento delle aree interne della Sardegna (intendendo con esse i piccoli insediamenti urbani per lo più distanti dall’area gravitazionale delle città) si inseriscono in un contesto più ampio che riguarda due fenomeni paralleli: le dinamiche strutturali globali che da decenni interessano popolazioni intere, le quali per poter sopravvivere sono state obbligate a spostarsi dalle aree rurali verso i grandi insediamenti urbani; l’invecchiamento della popolazione e l’assenza di ricambio generazionale che da tempo interessano gran parte dell’Europa occidentale e che in alcune regioni italiane ormai sono diventati fatti sociali patologici. In particolare il nostro Paese, rispetto all’Europa, si colloca ai primi posti per de-natalità e invecchiamento della popolazione.

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In questa classifica la Sardegna primeggia decisamente per essere l’anello più debole. Com’è evidente, si tratta di processi complessi non riducibili a facili slogan o a spontanei interventi “creativi” del sindaco di turno, anzi, per governarli sarebbero necessarie politiche nazionali e regionali strutturali, finalizzate a dotare le realtà locali di concreti strumenti di intervento per invertire il declino che, altrimenti, diventerebbe ineluttabile.

Mi riferisco, ad esempio, alle dichiarate e mai attuate politiche di sostegno alle famiglie e alle donne. Basti pensare che l’età media delle donne che decidono di fare un figlio in pochi anni è passata da 30-34 anni (età comunque elevata) a 35-40 anni. Inoltre, la quota di ultra sessantacinquenni sul totale della popolazione, potrebbe essere nel 2050 tra i 9 e i 14 punti percentuali superiore rispetto al 2018 (vedi report Istat 2019).

2) C’è una frattura politica tra piccoli e grandi insediamenti, lo si evince dal fatto che il tema dello spopolamento sia costantemente nelle agende dei comuni più piccoli, mentre non lo sia in quelle delle città, a partire dai capoluoghi. È come se il problema dello spopolamento non li riguardasse, eppure, tutte le previsioni demografiche indicano un calo drastico della popolazione complessiva, da cui le città non sono escluse.

A ciò va aggiunto che le città hanno bisogno che i piccoli insediamenti rimangano vitali dal punto di vista sia del controllo del territorio, sia produttivo e sociale, perché l’ulteriore polarizzazione graverebbe negativamente anche sulle città. La Sardegna ha vissuto dagli anni ’50 in poi (che nel nostro caso coincide con l’avvio e la diffusione della modernità) una frattura anche culturale città-territori che andrebbe sanata al più presto, anche per evitare la desertificazione sociale dell’Isola.

3) Senza pretese di scientificità, ad alcuni giovani ho posto la seguente domanda: per poter vivere in un piccolo paese, a parte il lavoro e lo studio, a che cosa non vorresti rinunciare? La risposta unanime è stata: avere la possibilità di vedere altre persone che non siano quelle che già conosco; avere mezzi di trasporto che mi consentano di spostarmi agevolmente per non dipendere dall’auto; avere a disposizione connessioni wi fi; ridurre i tempi di spostamento casa/studio/lavoro.

Risposte che indicano che la vita sociale è estremamente mobile, ma che in Sardegna non è supportata dalla possibilità di avere una mobilità fisica altrettanto efficiente.

In questo quadro, che cosa può fare la Regione sarda? A mio avviso, dovrebbe avere come priorità la creazione delle condizioni (in termini di mobilità, dotazione di servizi, occupazione e agevolazioni finanziarie) perché i giovani possano considerare conveniente risiedere nei piccoli paesi, lì crearsi una famiglia, ma a condizione che possano entrare e uscire ogni qualvolta lo desiderino.


 

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