La strage della stazione: il Dna di un’altra donna nella bara con Maria Fresu

Nuova perizia sui resti dell’ozierese, unica vittima sarda della bomba di Bologna del 1980.  Potrebbe essere solo un caso ma per i neofascisti condannati «è una svolta»

BOLOGNA. Nella tomba dell’ozierese Maria Fresu, seppellita insieme alla figlia Angela, la vittima più piccola della strage della stazione di Bologna, che fece 85 morti e oltre 200 feriti, ci sarebbero i resti di due persone diverse - due Dna distinti - entrambe di sesso femminile. È quanto emerge dai dati parziali ricavati dai reperti organici ritrovati all'interno della bara dell’unica vittima sarda della strage alla stazione i cui resti sono stati riesumati, il 25 marzo scorso, nel cimitero di Montespertoli (Firenze), dai periti incaricati dalla Corte d'Assise di Bologna, che sta processando l'ex Nar Gilberto Cavallini per concorso nell'attentato del 2 agosto 1980. Il deposito della perizia, con i dati completi, è previsto entro il 20 settembre. Fino ad allora, per Paolo Bolognesi, presidente dell'associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980, parlare di “mistero” non avrebbe senso. «Non facciamo un romanzo, non si può nel modo più assoluto parlare di 86sima vittima – ha detto Bolognesi – all'epoca non c'era l'esame del Dna e alcuni dei resti di una delle altre vittime accertate potrebbero essere finiti insieme a quelli della Fresu. La difesa di Cavallini cercherà di approfittare di questa situazione, ma alla fine non cambierà niente».

Il materiale organico esaminato dalla biologa genetico-forense Elena Pilli, capitano del Ris dei carabinieri di Roma, sarà comparato, nei prossimi giorni, con il Dna di due parenti di Maria Fresu - il fratello Bellino e la sorella Isabella - che hanno dato l’assenso alle nuove analisi e si sono presentati al dipartimento di Biologia Evoluzionistica dell'Università di Firenze, per un prelievo salivare. Ora bisognerà capire se uno dei due Dna è effettivamente di Maria Fresu, se tra i resti a lei attribuiti ci sono anche quelli di una delle altre 85 vittime, «oppure se appartengono ad una persona ancora sconosciuta», spiega l'avvocato Gabriele Bordoni, che insieme al collega Alessandro Pellegrini difende Cavallini. A dare corpo a questa ipotesi c’è il fatto che la giovane vittima sarda della strage, allora appena 24enne, si trovava in punto distanza da dove è avvenuta l’esplosione, tanto che due amiche che erano con lei uscirono praticamente illese dall’attentato. Maria Fresu, invece, sparì letteralmente, dilaniata dall’ordigno, spiegarono gli inquirenti. Ora il dubbio di chi sono quei resti? Chi è stato sepolto insieme a Maria?

Per i legali dell'ex Nar, che hanno chiesto e ottenuto l'esame del Dna, questa circostanza potrebbe anche aprire piste alternative sulla strage, fino ad oggi sempre smentite dalle sentenze della magistratura che hanno condannato in via definitiva Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. «Se tutto quello che è stato trovato non appartenesse a Maria Fresu bisognerà capire dov'è finito il suo corpo - ha detto Bordoni - e a questo punto chi l'ha fatto sparire». In attesa dell'esame comparativo del Dna, predica invece calma l'avvocato Andrea Speranzoni, uno dei legali di parte civile. «Ciò che finora il processo ha fatto emergere e che risultava già scritto
in modo chiaro anche nelle perizie medico legali del tempo, era lo stato smembrato di numerosi corpi delle vittime», ha affermato Speranzoni. «Come collegio di parte civile siamo dunque sereni, la nostra impostazione non cambia, a fronte di un quadro indiziario che ci appare solido».

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