Il sardo che vive nel futuro: «Progetto i robot volanti»

Giorgio Metta, 49 anni, è il direttore scientifico dell’Istituto Italiano di tecnologia È il padre di iCub, l’automa che aprirà le strade del cielo all’intelligenza artificiale

CAGLIARI. Un sardo alla guida del futuro. Da pochi giorni Giorgio Metta, nato a Cagliari 49 anni fa, è il direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia.

Una storia che parte dall'isola. Appassionato sin da piccolo di calcolatori. Quando - tra la fine degli anni settanta e i primi ottanta - “Pocket calculator” e “The robots” sono solo canzoni dei Kraftwerk. In Sardegna, ma forse è così in tutta Italia, i primi pc entrano nelle case tra il 1981 e il 1982. A Cagliari studia per due anni all'istituto tecnico Giua e tre al Marconi. Poi non c'è più scelta. Perché a diciotto anni, elettronicamente parlando, in Sardegna alla fine degli anni Ottanta c'è ancora ben poco da fare. Diventa un cervello in fuga. Per studiare. Prima fuori dall'isola, Genova, poi lontano dall'Italia, Regno Unito, Usa. Laureato in ingegneria elettronica con lode (1994), ottiene un PhD (2000) all’Università di Genova. Dal 2001 al 2002 è ricercatore al prestigioso AI-Lab del Massachusetts Institute of Technology (Mit). Lavora all’Università di Genova e dal 2012 è anche professore di Robotica cognitiva all’Università di Plymouth (Uk). Vice direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia da gennaio 2016 fino a settembre 2019. E ora - notizia di questi giorni - è diventato il direttore scientifico. È il papà di iCub, il robot su cui si riversano applicazioni di studi e ricerche dell'Iti di Genova. E la novità è che ora iCub decollerà. Non in senso metaforico. Volerà nel vero senso della parola, si staccherà da terra.

«Stiamo lavorando – spiega Metta – molto sulla mobilità del robot, sulla sua capacità di muoversi nell'ambiente. Stiamo facendo una cosa nuova: vorremmo consentire al robot di volare. Stiamo immaginando di sviluppare tutta l'ingegneria che serve per sollevarlo da terra. In maniera autonoma. Immaginate le ricadute. Ad esempio nello spostamento di oggetti, nel superamento degli ostacoli. Immaginate una situazione di emergenza dove magari il robot deve intervenire in un piano alto di un edificio quando c'è un incendio o un'altra situazione di pericolo. Potendo sollevarsi da terra, può saltare direttamente a quel piano. Non deve fare il percorso per le scale». E ancora , sempre su iCub: «L’altro aspetto di novità – continua – è che stiamo immaginando nuovi materiali e strutture per dargli più leggerezza e capacità di assorbire gli impatti. Cadere e rialzarsi, muoversi più velocemente. È arrivato il momento giusto per accelerare sui robot fatti di polimeri e fibre di carbonio con meno metallo e viti».

Intelligenza artificiale. Piano con l'immaginazione, però: tra robot e umanoidi che si confondono con gli umani il passo non è proprio breve. Blade runner non sarà domani, insomma: «Uno scenario alla Blade runner? – spiega –. Forse, se non si pongono dei limiti, fra cinquecento anni. Pensiamo piuttosto a quello che potrà succedere fra quindici e venti anni: ci saranno importanti applicazioni di robotica e intelligenza artificiale». A Cagliari c'è una cameriera robot che porta il sushi ai clienti. Ma non ha nulla a che fare con iCub. «Conosco quel modello, l'ho visto qualche anno fa in Cina. Per ora – scherza – preferisco il cameriere in carne e ossa che mi spieghi che cosa mi sta portando. È più interessante».

Lo studio del cervello. L’istituto di tecnologia non è solo iCub. E ora è Metta che deve impostare le strategie. «Siamo pronti a lavorare sul system neuroscience, in italiano neuroscienza di sistema. Abbiamo a disposizione persone che studiano le reti neurali del cervello, quindi naturali. Abbiamo anche delle persone che si occupano di modellare queste reti dal punto di vista computazionale. E poi abbiamo anche chi è in grado di connettere i modelli con il comportamento (decisioni, movimenti). Questi aspetti, messi insieme, ci consentono di effettuare uno studio del cervello che ci permette poi di trasformarlo in intelligenza artificiale. Quindi di implementarlo dentro un robot. Questo richiede un lavoro con il neuroscienzato, con il fisico che fa i modelli, con chi si occupa di scienze cognitive e comportamento e con persone che studiano intelligenza artificiale e robotica. Ed è importante mettere tutto insieme per realizzare qualcosa di nuovo. Per costruire robot che saranno sempre più autonomi, capaci magari anche di capire quando c'è un problema in una rete neurale, di trovare una patologia». Altre cose, mille progetti: «A Genova vorremmo espandere alcuni dei nostri laboratori – anticipa - l’anno prossimo termineremo il centro di robotica dei sistemi intelligenti. Stiamo ristrutturando un edificio e c'è già qualche robot. Finiremo entro il 2020 con tutti i nostri robot in un'unica location».

Cose da fare. Sono tante ma ce ne sono altre che stanno cominciando a dare i loro frutti. «Sí - conferma – ad esempio sulle connessioni tra genetica, bioinformatica e intelligenza artificiale: importante analizzare i dati genetici per scoprire perché si sviluppano certe patologie. Su questo aspetto abbiamo già dei buoni risultati». Un voto alla tecnologia in Italia? «Difficile dare una risposta perché ci sono diversi settori – spiega –, però sulla robotica siamo molto avanti. Non ce lo diciamo da soli, ce lo riconoscono i database a livello internazionale». Futuro e prudenza: la strada dei robot che portano i cocktail agli umani seduti a bordo piscina è ancora lunga. Anche se a tutti sembra breve: «La scienza va avanti, ci sono sempre tante novità, ma prima che la tecnologia sia alla portata di tutti ci vuole del tempo – avverte Metta –. Ora diamo tutto per scontato. Ma tra il primo telefonino e lo smartphone che usiamo sono passati almeno quindici-vent'anni».
 

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