IL COMMENTO

Gioco d'azzardo, così l'illusione diventa vizio

Un fenomeno da 1,6 miliardi di euro in Sardegna: non è una contraddizione il fatto che colpisca una regione in crisi

“Ti piace vincere facile”, recita da anni lo spot sulle lotterie istantanee, richiamo incantatore per tutti i giocatori incalliti dalla grattata facile. Ma la verità è che agli italiani piace “perdere facile” i propri denari, soprattutto ai sardi: l’Agenzia delle dogane e monopoli ha calcolato che in Sardegna nel 2018 il gioco d’azzardo ha fruttato la bellezza 1,6 miliardi di euro, circa 10 milioni in più rispetto all’anno precedente. È un fenomeno diffuso in tutta l’isola, slot machine e gratta e vinci fanno gola a tutti; dalle sale gioco cittadine ai piccoli bar di paese, c’è sempre tempo per fare una giocata o una scommessa. Il brivido della vincita è insopprimibile, poco importa se per vincere 5 hai dovuto giocare 100. Non ci sarebbe nulla di male nel grattare un po’ di fortuna ogni tanto ma non è di una puntata occasionale che stiamo parlando.

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L’azzardopatia è una patologia del comportamento che nei soggetti deboli rende ingestibile l’impulso a sperperare i propri risparmi al gioco. Non è affatto una contraddizione che colpisca una regione in crisi come la Sardegna, e in particolar modo le aree più depresse economicamente. Non deve stupire perché rientra nella fenomenologia di questa dipendenza; è proprio nei periodi di crisi che il giocatore, spesso un disoccupato o un precario, si affida alla sorte nella speranza illusoria di riuscire a ottenere facilmente denari che altrimenti non potrebbe mai guadagnare.

È una speranza che col tempo diventa vizio, malattia: più il giocatore ha bisogno di soldi e più sarà disposto a buttarne via, tanto da indebitarsi; meno vincerà e meno riuscirà a fermarsi, fino a perdere i risparmi di una vita, fino a mandare in rovina la propria famiglia. Fino a che, nel peggiore dei casi, vergogna e disperazione non portano a commettere un gesto estremo. Esattamente come un tossico non importa la volontà personale di fermarsi o il grado di consapevolezza del danno che sta arrecando a se stesso e alle persone che ama: dipendenza patologica significa perdita di autocontrollo, bramosia spasmodica di vincere e recuperare le perdite. Ancora un’altra giocata, è il pensiero più comune, e ripagherò i miei debiti.

Conoscevo una signora che a 62 anni per mantenersi era costretta a lavare le scale, una divorziata che nella vita ne aveva passate tante e che ogni giorno, al rientro dal lavoro, trascorreva un paio d’ore attaccata alla macchinetta del videopoker nel tabacchino dietro casa. Moneta dopo moneta, euro dopo euro, buttava via buona parte della paga che con grandi sacrifici aveva messo in tasca, e ogni sera faceva rientro sempre con occhi tristi: la slot si era mangiata soldi e illusioni, l’aveva resa più povera, finendo per alimentare la sua depressione. Sarà da pazzi incoscienti, ma in un’esistenza avara di soddisfazioni, laddove non si è mai vinto nulla e vincita è sinonimo di vittoria, anche l’emozione di una piccola somma “regalata” dal caso è una gratificazione che sopperisce a un vuoto interiore.

La ludopatia è una piaga sociale in espansione e il gioco d’azzardo è una trappola autorizzata dallo Stato (l’Italia è il primo paese in Europa per incassi) costruita apposta per indurre in tentazione i soggetti compulsivi. Raccomandare di giocare con moderazione è una banale ipocrisia.

Lo scenario isolano è desolante. La grave crisi economica, l’alto tasso di disoccupazione e la tensione sociale che inevitabilmente ne consegue, sfociano nella ricerca di fonti alternative di guadagno spesso illegali, come la coltivazione di cannabis e marijuana – il bollettino delle piantagioni rintracciate su tutto il territorio sardo è quasi quotidiano –, e di natura illusoria, compensativa e deleteria. Come la caccia disperata a un jackpot che non arriva mai.


 

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