Il destino dei cani pastori: da guardiani a rottamati

Da anziani non riescono a badare al gregge, allora i padroni li abbandonano

SASSARI. La loro storia è scritta nel nome: uno si chiama Gruviera, perché il suo corpo era pieno di buchi scavati dai bigattini. Un altro cagnolone anziano all’anagrafe fa Ignazio, perché è stato ritrovato in fin di vita a Norbello, davanti alla chiesetta di Sant’Ignazio: aveva l’addome squarciato da una profonda ferita, la gabbia toracica sfondata, un polmone perforato da una costola fratturata, e per non farsi mancare niente anche un rosario di pallini conficcato sottopelle. Fronte invece è stato battezzato così per i segni delle bastonate sulla testa. E poi ci sono Biancone, Yomo, Laccio e tutti quegli altri cani con la sfiga prestampata nel dna. Il comune denominatore è questo: nessuno è battezzato dal santo pedigree, al limite un trisavolo maremmano nella genealogia, niente microchip, quella lanuggine bianca che li fa tanto assomigliare alle pecore, e la maledizione che si legge sui corpi, tatuata nell’anima e sulla pelle, con cicatrici profonde, e quel modo di stare accucciati in un luogo solitario e distante. Una tristezza fiera che impregna gli occhi di chi ha imparato ad accettare la sorte.

La dottoressa Monica Pais, della clinica veterinaria di Oristano, li chiama i fantasmi bianchi. Sono i cani rurali, le cui vite si consumano silenziose nelle campagne, mimetizzate nel biancore delle greggi, dentro il quale la loro esistenza si diluisce fino a scomparire. Per poi riemergere con la vecchiaia, riesumati da un impietoso turnover: da guardiano a randagio in un attimo. Via il cane anziano, fedele ma troppo consumato per badare il gregge, spazio al cucciolo, infaticabile e pronto a dare la vita per proteggerlo.

Ed ecco i cani vaganti, rottamati perché inutili, gettati via come si fa con le auto vecchie senza targa e matricola. «Ne raccogliamo sempre tanti – dice la dottoressa Pais – ma ultimamente nel nostro ambulatorio ne sono arrivati nove nell’arco di un mese. Erano tutti imparentati con i maremmani, hanno avuto un padrone, nessun microchip, ed erano dei relitti vaganti. Questo ci ha fatto pensare».



Significa che queste anime bianche non hanno alcun diritto alla pensione, come alcuni colleghi più fortunati. I cani poliziotto, ad esempio, dopo il congedo in genere si godono il meritato riposo nel tepore domestico del loro addestratore. «I cani bianchi sono di serie b. Certamente meno nobili del Fonnese, che è stato promosso al rango di razza, e per questo non verrà mai abbandonato. E anche per gli esemplari da caccia in genere il destino è meno ingrato. Perché tra un vecchio Setter e il cacciatore si è instaurato un rapporto a due, forte, personale, anche di riconoscenza, che si conserva anche quando l’animale non può più fare il suo lavoro. Spesso nelle campagne è diverso. E sottolineo spesso perché non è giusto generalizzare: per fortuna non sempre è così, e ci sono allevatori che trattano benissimo i propri cani». Ma in altri casi i cani da pastore vengono lasciati vivere da soli col gregge, con una paga molto avara di carezze, giusto una ciotola di cibo e un riparo. «Hanno un carattere duro e coraggioso, sono intelligenti, sanno badare a loro stessi. Non chiedono nulla in cambio, si accontentano di poco, ma darebbero la vita pur di fare il proprio dovere di guardiano». Eppure il loro sacrificio non viene riconosciuto, sono sempre stati soli e lo saranno fino alla fine. Nessun dio ad allungargli una carezza, e d’altronde nemmeno il dio più distratto giocherebbe in questo modo sui loro corpi così martoriati. Solo l’uomo ne è capace, quando decide di sbarazzarsi di un ammasso di pelo ormai inutile. Così approdano in questa oasi di Oristano pieni di pallini, o devastati dai parassiti, o mangiati vivi dai vermi della mosca carnaria. «Solo i microchip potrebbero salvarli da tale barbarie. Perché li sottrarrebbero dalla condizione di anime bianche vaganti. Cacciarli via, girarsi dall’altra parte quando si allontanano, non cercarli più, ai proprietari non costa nulla. E trovo incredibile che per questi cani, visualizzati da 15mila utenti Fb, finiti spesso in Tv o sui giornali, non ci sia mai un padrone che si faccia vivo. Possibile che siano tutti rinchiusi nelle caverne senza una connessione internet?».



Così Ignazio, Gruviera, Biancone e gli altri lontani discendenti di quel benedetto trisavolo maremmano, approdano alla Clinica Due Mari con la loro esistenza naufragata. Restano però attaccati alla vita e all’orgoglio di cane pastore. La solitudine ne ha indurito un po’ i modi, non sono mai sottomessi o servili. Guardano gli altri alla pari. Dovrebbero essere infuriati con la razza a due zampe, e invece, quando una mano si allunga per una carezza, trovano sempre la forza di scodinzolare.


 

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