Sanità nella bufera: assunzioni al San Martino, posti solo ai fedelissimi

Oristano, le testimonianze dei chirurghi che lavoravano in sala operatoria: «Chiedevamo 3 infermieri in più senza mai averli. Con Succu ne arrivarono 16»

ORISTANO. Concorsi truccati, intrecci tra politica e sanità pubblica, favori elettorali in cambio di un posto di lavoro. C’è tanto nell’ordinanza dell’operazione Ippocrate. Ci sono, anche se non compaiono tra quelle righe, i pazienti perché, al di là del malaffare che la procura mira a dimostrare, il luogo del presunto scandalo è un ospedale. È il San Martino di Oristano, dove, leggendo tra le righe scritte dalla giudice Annie Cecile Pinello, tutto sembra venire prima rispetto a chi ha necessità di cure.

I passaggi non mancano e riprendono elementi portati in evidenza dall’inchiesta dei pubblici ministeri Armando Mammone e Marco De Crescenzo, sotto la supervisione del procuratore Ezio Domenico Basso, che hanno coordinato il lavoro del Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza diretto dal maggiore Pasquale Pellecchia. In un ospedale in cui solo i fedelissimi del PdS sembravano avere la possibilità di un posto al sole, le ripercussioni si sarebbero avute anche in alcuni reparti. Tra le testimonianze, spunta anche quella di chi riferisce di come per mesi il reparto di Chirurgia fosse al collasso. Le sollecitazioni del dottor Gianfranco Porcu, che chiedeva tre nuovi infermieri in organico, non sortivano però effetti. A ripetizione chiedeva l’ampliamento della pianta organica del personale infermieristico, spiegando che c’era la necessità di almeno altri tre lavoratori, ma la risposta era sempre la stessa: pazientare. Una sorta di «resisterete finché non vi sostituiranno» da truppe di sbarco in Normandia che attendono rinforzi che non arrivano mai.

Il D-Day, il giorno delle assunzioni seppure la maggior parte delle volte, sarebbe stato invece assai più agevole in altri reparti. È il dottor Domenico Cadeddu, ex capo del dipartimento di Emergenza-Urgenza e ora testimone, a parlare della «coincidenza dell’inizio delle assunzioni anomale con l’arrivo di Antonio Succu», come riporta la giudice Annie Cecile Pinello nell’ordinanza dov’è scritto: «Finalmente venne incaricato Succu al mio posto. A quel punto la sala operatoria venne rinforzata e gli infermieri passarono da 18 a 36. Per capire il clima, trovandomi a parlare con Meloni (Mariano, attuale responsabile dell’Assl oristanese, ndr) gli chiesi conto di come prima non fosse stato possibile trovare tre infermieri e ora il personale era stato raddoppiato. Meloni rimase apparentemente sorpreso come se non conoscesse la cosa, dicendo di averne autorizzati tre». Gli assunti invece furono quindici in più e, a quanto pare, il massimo responsabile dell’Assl ne sarebbe stato all’oscuro.

Tra le porte scorrevoli delle assunzioni interinali non sempre passava del personale qualificato. Il dottor Bruno Lacu, ginecologo, racconta come «nel nostro reparto, come del resto in tutto l’ospedale, arrivava tantissimo personale attraverso l’agenzia per il lavoro interinale, proveniente dalla zona del Marghine e della Planargia. Ricordo un avvenimento riferitomi da alcune infermiere in servizio nell’Unità di Ginecologia. Mi era stato riferito che un ausiliario aveva utilizzato lo stesso straccio usato per pulire il pavimento anche per pulire il piano cucina del reparto. Alle rimostranze delle infermiere, l’ausiliario aveva risposto che lui di pulizie non ne capiva niente, che di mestiere faceva il pastore e che il dottor Succu l’aveva fatto assumere temporaneamente affinché si riposasse dalle fatiche della campagna».

Se l’ausiliario aveva possibilità così di ritrovare serenità, altrettanto non si può dire per una serie di medici e infermieri. Lo stesso Bruno Lacu aveva segnalato più volte all’ispettorato del lavoro di essere stato vittima di pressioni o intimidazioni dopo che in reparto si seppe che aveva «reso dichiarazioni utili agli inquirenti, per cui si creò nei suoi confronti un clima ostile. Ad esempio, le ostetriche non
lo salutavano più. Ma soprattutto aveva notato un concreto ostruzionismo nell’attività lavorativa, al punto da non fargli trovare pronto il personale in sala operatoria per un intervento o di non chiedere il suo parere nelle discussioni sui casi clinici».

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