Mesina è colpevole era a capo di due bande

La condanna a 30 anni dei giudici di appello nel processo per traffico di droga Il mancato deposito del testo provocò la scarcerazione per decorrenza termini

Cagliari. Graziano Mesina è un trafficante di droghe, ha continuato a organizzare rapine ed estorsioni, le attività di mediatore immobiliare e di guida turistica erano legittime ma non sono state altro che una copertura per la sua intensa e dimostrata partecipazione ad azioni criminali tra il 2000 e il 2013. A venti mesi di distanza dalla sentenza d’appello in cui i giudici di Cagliari avevano confermato la condanna a trent’anni per l’anziano bandito orgolese e con quattro mesi di ritardo rispetto alla scadenza dei termini di custodia cautelare, il presidente della Corte d’Appello e giudice relatore Giovanni Lavena ha depositato le motivazioni della sentenza di secondo grado che ripropongono un ritratto inquietante di Mesina ma non serviranno a riportare in carcere l’ex latitante, che a causa delle ultime vicende giudiziarie ha perso il beneficio della grazia che gli aveva concesso il presidente Carlo Azeglio Ciampi e anche quello dell’indulto concesso dal tribunale di Nuoro il 9 novembre 2007 ed è rientrato nel suo ruolo di ergastolano celebre, ma a piede libero. Fra misure interdittive e divieti, l’ex primula rossa del banditismo isolano continuerà a muoversi in un’area circoscritta e sotto l’occhio vigile dei carabinieri ma almeno fino alla decisione finale della Corte di Cassazione potrà stare lontano da Badu’e Carros e godersi la libertà in famiglia.

Niente di nuovo, almeno sul piano sostanziale, nelle 174 pagine firmate dal giudice Lavena, nelle quali viene riesaminata alla luce dei ricorsi in appello la posizione di Grazianeddu e quella dell’altro imputato eccellente nel processo nato con cinquanta indagati per uno sconfinato traffico di stupefacenti tra Sardegna, penisola e paesi esteri portato alla luce dalla Dda coordinata dal pm Gilberto Ganassi e confermato ormai in due processi, che per Mesina e altri quattro si sono svolti col rito immediato. La colossale attività di intercettazione telefonica e ambientale ha retto al vaglio dei giudici mettendo l’orgolese al centro di una banda che se non era tecnicamente guidata da lui era certamente condizionata dall’autorevolezza criminale del personaggio. Nelle motivazioni del giudizio d’appello le tesi delle avvocate Beatrice Goddi e Maria Luisa Vernier vengono passate in rassegna e liquidate anche con valutazioni sprezzanti, forse legate al clima di tensione nato dopo la clamorosa scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare ottenuta dalle due penaliste: per la Corte d’Appello i motivi d’appello sarebbero in parte inammissibili per carenza di specificità e in parte generici, alcuni addirittura esterni ai fatti contestati. Eppure le due penaliste e lo stesso Mesina, che in appello ha partecipato al processo in teleconferenza, avevano puntato il dito su passaggi incerti ma significativi delle conversazioni intercettate, soprattutto quando Mesina fa riferimento a cagnolini, foraggio, fieno e altri prodotti coi quali, nel timore di essere intercettato, definiva gli stupefacenti. Nessun peso viene attribuito dal giudice Lavena alle lunghe dichiarazioni spontanee con le quali l’ergastolano prova ad allontanare da sé le certezze investigative che l’hanno inchiodato fin dalla sentenza di primo grado: «D’altra parte – scrive il giudice relatore – le generiche rivendicazioni di innocenza da parte di Mesina e le sue letture in chiave lecita dei rapporti di cui si discute non si confrontano in alcun modo con il tenore spesso esplicito delle intercettazioni e con la combinazione, che non lascia alcuno spiraglio a ipotesi alternative, della sequenza di dialoghi intercettati con le altre risultanze probatorie di natura oggettiva, così che appare ampiamente provato che accanto alle non contestabili attività lecite, Mesina abbia commesso i reati a lui addebitati». In altre parole per i giudici negli anni che vanno dalla scarcerazione all’arresto, l’ex latitante orgolese viveva una doppia vita: una nelle vesti di irreprensibile imprenditore del turismo, con comparsate in tv e persino in occasioni pubbliche ufficiali al fianco di sindaci e politici. L’altra da criminale incallito che muove droga, denaro, in un crescendo di minacce, estorsioni e richiami spicci alla soluzione di questioni private, con qualche nostalgia per i sequestri di persona. Ora non resta che attendere il ricorso e la decisione dei giudici di Roma.

Oltre ai 30 anni per Mesina, la Corte d'Appello di Cagliari presieduta da Giovanni Lavena aveva confermato le altre due condanne degli imputati eccellenti che, in primo grado, avevamo scelto la via del dibattimento. Accolte le richieste del sostituto procuratore generale Michele Incani, erano stati inflitti 16 anni di carcere all'avvocato Corrado Altea, ritenuto uno dei componenti di spicco della seconda banda intrecciata a quella di Mesina. Confermate anche le condanne a 5 anni per il cagliaritano Vincio Fois e a 3 anni e quattro mesi per Efisio Mura.

A guidare la banda, secondo l'accusa, sarebbe stato il boss Gigino Milia (la cui posizione è stata stralciata già in primo grado per gravi problemi di salute), mentre l'avvocato Altea è accusato di aver fatto diversi favori alla banda. Stando alla ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia di Cagliari, le due associazioni a delinquere, una con base a Cagliari l'altra ad Orgosolo, in provincia di Nuoro, avrebbero avuto ai propri vertici proprio Graziano Mesina, che nel 2004 aveva ricevuto la grazia dopo oltre 40 anni di detenzione.

Il blitz delle
forze dell'ordine era scattato il 10 giugno 2013 con l'arresto delle due bande (26 affiliati in tutto) e la contestazione dell'associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga dall'Italia alla Sardegna, ma anche estorsioni e altri gravi reati.

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