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Così è nata la collaborazione tra le scuole e la polizia locale che ha messo in campo uomini e donne, padri e madri in divisa che sono andati a verificare cosa ci fosse dietro quei movimenti...

Così è nata la collaborazione tra le scuole e la polizia locale che ha messo in campo uomini e donne, padri e madri in divisa che sono andati a verificare cosa ci fosse dietro quei movimenti frenetici, le strette di mano e i cenni, i segnali e i messaggini.

Alla fine è stato tracciato il quadro, ricostruiti i ruoli: gli spacciatori appena quattordicenni e i clienti, coetanei e anche con qualche anno in più. Tutti minori, legati dall’affare droga che - come nelle grandi piazze - è alimentato dal consumo, dal denaro che esce dalle case di famiglie normali per le merendine e per le altre piccole necessità dei ragazzi (specie dei pendolari che viaggiano dai centri dell’hinterland fino a Sassari) e finisce a fare crescere il mercato dell’illegalità. E quando non bastano i soldi, ecco che la droga si compra cedendo anelli e altri oggetti di valore rubati a casa. Uno dei ragazzini aveva 250 euro in contanti, segno di una attività di spaccio che lo colloca a livelli di “pusher” adulti ed esperti, conoscitori delle piazze e delle esigenze dei consumatori.

Niente di nuovo se non fosse che l’ambiente è diverso: la piazza in questione è quella della chiesa, dove si radunano gli studenti ancora assonnati prima di varcare il portone delle scuole e andare a sedersi nei banchi. Degli spinelli si sapeva da tempo, in altre occasioni i controlli antidroga delle forze dell’ordine avevano portato al recupero di dosi qua e là, gettate via all’ultimo momento, nel cortile o nei corridoi. “Ci sta”, si commentava, allora. Succede che i ragazzi si sparino qualche “canna” alla ricreazione o all’uscita, nei giardini. Tutto detto con l’apertura mentale di chi non grida allo scandalo per qualche “tirata”. Preoccupazione giustificata al momento della scoperta, ma non un allarme particolare. Stavolta il discorso è diverso: lo spaccio quotidiano, le ordinazioni della droga, l’acquisto di chi “gonfia” i quantitativi per poi diventare a suo tempo “venditore di seconda base”. Cioè si mette in commercio e da quello che guadagna si paga le dosi per le sue esigenze. É l’idea che fa paura: l’organizzazione quasi manageriale, i tempi strettissimi e l’organizzazione professionale di quattordicenni che hanno come primo pensiero del mattino non come andrà l’interrogazione o come sarà impegnativa la giornata. Pensano alla droga.

Si sono ritagliati un ruolo da piccoli boss, si atteggiano anche nei comportamenti e non più solo nel modo di vestire. Ruolo e sfida. Perchè se hai la droga tra le mani e la sai vendere, ecco che gli altri ti riconoscono come riferimento privilegiato. È stata la scuola a dire basta. Si sono mossi i docenti e i dirigenti scolastici che ieri erano all’incontro con il comandante della polizia locale Gianni Serra e con i suoi collaboratori. Dagli incontri in classe sull’educazione alla legalità è nata una bella collaborazione, lo studio di una realtà giovanile che ha difficoltà evidenti e che - in certi casi - si nasconde o si maschera dietro la droga.

Trovarsi un ragazzino alla prima ora di lezione mezzo intontito dal “cannone” appena fumato, seduto accanto allo spacciatore che gli ha venduto la droga e fa i conti del guadagno realizzato in un quarto d’ora, è un campanello d’allarme. La riflessione è aperta. La lezione
sociale chiama in causa le famiglie che devono occuparsi del futuro e della salute dei i ragazzi, la scuola che li accoglie per parte della giornata. Il passaggio da assuntore a spacciatore è breve e le conseguenze penali di domani possono essere devastanti. E una sconfitta per tutti.

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