Norme da rivedere sul patto di stabilità

Gli enti locali hanno soldi in cassa ma non possono spenderli e pagare le imprese edili

SASSARI. Che il Patto di stabilità vada rivisto non ci sono dubbi, il problema è come e i punti di vista sono diametralmente opposti.

Ma mentre si continua a discutere, il cancro della crisi consuma lentamente il tessuto produttivo di un territorio allo stremo. Dal convegno promosso a Villa Mimosa dai costruttori di Confindustria, un appello unanime: trovare subito una soluzione. Il fatto che da qualche anno anche i Comuni debbano contribuire alla riduzione del debito pubblico, ha creato, nel tempo, le condizioni dell’emergenza.

La crisi internazionale ha fatto il resto e Regioni, Province e Comuni si trovano ora nella situazione paradossale di avere i soldi, ma non la possibilità di spenderli. A monte della questione c’è l’Unione europea che ha imposto agli stati membri la convergenza delle economie controllando le spese con un sistema che in tanti ritengono troppo restrittivo. Da una parte c’è chi invoca correttivi, dall’altra chi invita a non rispettare gli accordi, al centro aziende costrette a chiudere perché gli enti locali non possono pagare.

Andrea Piredda, presidente dei costruttori di Confindustria e moderatore del dibattito, non usa mezzi termini: «È più importante rispettare il Patto e conquistare la palma di Comune virtuoso o evitare la morte lenta delle imprese?». Immediata arriva la replica del sindaco Gianfranco Ganau: «Essere virtuosi non è un vezzo, ma una necessità, i Comuni riducono le spese per rispettare i parametri evitando sanzioni, non per piacere».

La soluzione invocata da più parti potrebbe essere quella di adattare il Patto al contesto locale: la Regione rinuncia a una parte delle entrate trasferendole ai Comuni per aumentare la loro capacità di spesa. Nel contempo i Comuni, quelli virtuosi, contribuiscono a sanare le situazioni di quelli che non lo sono.

Ma non è semplice, per applicare la formula occorrerebbe «attuare un sistema di controllo della finanza locale _ dice Cristiano Erriu, presidente dell’Anci Sardegna _ e la creazione, anche materiale, di un luogo in cui analizzare la situazione e condividere i dati». Intanto la spesa cresce a ritmi vertiginosi, Giampiero Lavena, capo di gabinetto dell’assessorato regionale al Bilancio, prova a fare un giro di conti: «Quest’anno il fabbisogno di spesa degli assessorati supera di 1 miliardo i 2 miliardi e 788 milioni di euro già bilanciati». Se il Patto viene sforato scattano le sanzioni che vanno dalla ulteriore inibizione delle spese al blocco delle assunzioni fino alla riduzione delle indennità dei consiglieri. Una situazione assurda se si considera il fatto che molte amministrazioni i soldi li hanno, ma non possono spenderli. Alla fine dell’anno scorso, Palazzo Ducale era in questa situazione: venti milioni di euro disponibili (ma intoccabili) a fronte di quindici milioni di debiti accumulati. «Un vincolo troppo rigido _ spiega a margine il sindaco Ganau _ che deve essere rivisto soprattutto a favore dei Comuni virtuosi, fermo restando il risparmio di alcune spese correnti indicate dal Patto». Le imprese sono al collasso e i dati snocciolati da Romain Boccognani (centro studi dell’Ance) confermano la crisi strisciante di settori come l’edilizia «che rappresenta _ rimarca Andrea Piredda _ il 50 per cento del comparto industriale sardo». Le previsioni concedono poco spazio all’ottimismo se si pensa che a partire da gennaio e per il biennio successivo, sarà estesa la platea

dei comuni soggetti al Patto. In Sardegna si calcola che dagli attuali 73 si passi a 386 nel 2014 che è come dire circa il 90 per cento dei comuni isolani. La Sardegna si prepara dunque a ingaggiare un’altra dura battaglia e tentare, per l’ennesima volta, di rivendicare la sua specificità.

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