Il ministero dell’Ambiente: allarme cloroformio nel Sulcis

La conferenza dei servizi sulle bonifiche aggiunge una nuova sostanza all’elenco dei veleni «Portovesme srl e Comune devono mettere in sicurezza le falde». Criticate anche Alcoa e Saras

PORTOVESME. Mancava solo il cloroformio. Nella lunga lista di sostanze inquinanti presenti nell’area industriale più compromessa del Mediterraneo, il composto, un tempo usato come anestetico, oggi abbandonato anche nell’industria per la sua cancerosità, sino a ieri era in secondo piano, quasi dimenticato rispetto alle altre sostanze, (cadmio, piombo, zinco, mercurio, antimonio, arsenico, solo per citare le più note) che da decenni inquinano quei territori. La presenza con valori spaventosi, compare nell’ultimo verbale della conferenza dei servizi del ministero dell’Ambiente dedicata alla bonifica del sito di interesse nazionale del Sulcis-Iglesiente-Guspinese.

La riunione del 13 dicembre, aveva 45 punti all’ordine del giorno. Nel verbale, al nono di questi, si fa riferimento proprio al cloroformio: il ministero chiede ad Arpas, Comune e Provincia di «verificare le cause della presenza del cloroformio», ribadendo che Comune e Portovesme srl mettano la falda in sicurezza. Su questo punto c’è da registrare la volontà della società di intervenire, ma in realtà leggendo il lungo verbale (che bacchetta anche la Saras per i suoi ritardi) si scopre che il ministero è stufo di uno scaricabarile evidentemente non nato ieri: quello di attribuire ad altri le responsabilità per l’inquinamento delle aree industriali. Ma che qualcosa non vada per il verso giusto lo si vede dall’ultima pagina, quella dei risultati finali.

«Non si concorda con quanto affermato da Alcoa – scrive il ministero – sul fatto che la contaminazione nel sito non sia né di assoluta gravità né di immediata pericolosità». Ecco i numeri di alcune concentrazioni nelle falde superficiali, con tra parentesi il limite di legge: arsenico 609 (10); cadmio, 125000, picco (5); mercurio, 550 (1); tallio, 341(2); nelle falde profonde i dati sono ancora peggiori: zinco, 3 milioni (3000), manganese 312mila (50). Numeri che fanno capire come le aziende, chi più chi meno, da anni siano responsabili dell’inquinamento ma su questo versante si dimostrino, come riporta in più punti il ministero, quantomeno “timide” nell’intervenire, pronte a fare, come è il caso di Alcoa, piccoli passi solo dietro forte sollecitazione delle autorità. «Anche su altri fronti assistiamo a ritardi e incomprensibili resistenze», ammette Angelo Cremone, componente della commissione Ambiente della Provincia, che anche la scorsa settimana ha chiesto lumi in merito all’assessore all’Ambiente Carla Cicilloni. «Mesi fa abbiamo chiesto l’attivazione di un portale radiometrico pubblico, che affianchi quello della Portovesme srl per controllare l’arrivo dei fumi di acciaieria. In questo periodo sono arrivate, parole, rassicurazioni, precisazioni, ma niente fatti. E anche i dati da me chiesti agli uffici sulle discariche e sulle ricadute che queste hanno sul territorio tardano ad arrivare. Adesso la Provincia ha ricevuto l’ultimo verbale della conferenza dei servizi. Secondo me questo verbale va immediatamente trasmesso alla Procura della Repubblica perché se quanto riferito in quelle pagine è vero allora la nostra preoccupazione non è inventata ma reale».

Le pagine della conferenza dei servizi evidenziano infatti il disappunto del ministero per i ritardi nelle bonifiche. Da qui l’ulteriore appello agli enti locali perché sollecitino le aziende a darsi di più da fare. Ma non è facile per la stessa Provincia o l’Arpas (e quindi la Regione) fare la voce grossa con le multinazionali, tantomeno se queste sono sul punto di dire addio alla Sardegna. È il caso di Alcoa che ha messo a bilancio circa 60 milioni di euro per le bonifiche, ma che vuole avere mano libera su come e quando intervenire; non sia mai, infatti che un giorno si dovesse scoprire che la cifra, come paventano

molti, sia sottovalutata. Difficilmente gli americani metteranno un solo euro in più in questa operazione. E i contenziosi legali durano decenni, come la vicenda Alumix (rilevata poi da Alcoa, che deve ancora completare le bonifiche ante 1993) insegna.

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