Innamorarsi a Sassari, i ricordi di Enrica fanno bene alla città

Bonaccorti svela il rimpianto della sua adolescenza e descrive piazza d’Italia, luoghi ed emozioni con parole che sono la migliore propaganda

Io la cittadinanza onoraria di Sassari a Enrica Bonaccorti gliela darei. È difficile trovare oggi, al mondo, una propagandista più efficace del fascino di questa città (più giusto sarebbe dire “appeal”, per dire perché Sassari ti chiama). Ci ha abitato dai 13 ai 17 anni, figlia di un colonnello della Polizia, mandato qui a dirigere la Polizia territoriale dopo l'elezione del professor Segni a presidente della Repubblica («Papà era un uomo simpatico, ironico, dal profilo sottile e elegante: somigliava a David Niven. È morto che aveva solo 48 anni»). A differenza di un altro figlio di militare trasferito in Sardegna come il filosofo Buttiglione, che, portato a rivedere l'aula di San Giuseppe dov'era stato alunno, a momenti non riconosceva neanche la città, Enrica Bonaccorti si ricorda, di Piazza d'Italia, quasi ogni mattonella. L'ho vista l'altra sera in tv in un programma molto notturno che fanno Maurizio Costanzo ed Enrico Vaime. Quando Costanzo ha detto la parola magica, “innamoramento”, la signora Enrica ha aperto la scatola dei ricordi. Dove c'era Sassari con questo suo grande amore («solo bacetti, io ero quasi bambina, 17 anni, e quelli erano altri tempi»), la passione precoce per la medicina («siccome lui aveva 21 anni e studiava Medicina, volevo iscrivermi anch'io alla sua stessa Facoltà»), le passeggiate con le amiche («fino a quel momento, vivendo in caserma, non avevo potuto avere amiche: sapevo giocare solo a boccette o a biliardo, come un maschio. In caserma c'era una stanza nuda con soltanto un tavolaccio di legno duro. Era la “camera di contenzione”, quando mi veniva l'ùzzolo di recitare o di cantare, quel tavolaccio era il mio palcoscenico»), la magica Piazza d'Italia («per me era come Broadway o Times Square»), la scuola («per me era un pezzo di vita, andavo a scuola a piedi dopo tutto un lungo periodo genovese dove la scuola stava dall'altra parte della sede di papà, andavo a scuola in macchina, sempre severamente scortata»).

Ma al centro del ricordo c'è lui, il bello studente: «Alto, distinto e molto gentile,quando mi fece la “dichiarazione”, tutto imbarazzato - quasi non ci conoscevamo -, mi chiamò Federica, perché a casa e le amiche mi chiamavano Chicca, e

lui credeva che il mio nome “lungo” fosse appunto Federica. A lui, o alla Sardegna, sono dedicate due mie canzoni abbastanza conosciute: “La lontananza”, in particolare, parla di lui, “Amara terra mia” nella prima versione è la Sardegna. Quei due amori mi sono rimasti nel cuore per sempre»).

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