Porqueddu: mai avuto la lettera di Erittu

Morte in carcere, l’ex procuratore teste in aula perché prima di morire il detenuto voleva parlare con lui. Ma lo scritto sparì

SASSARI. Il detenuto Marco Erittu, cinque giorni prima di morire in circostanze sinistre, chiese di parlare con l’allora procuratore «per rilasciare dichiarazioni personali urgenti». E poi allegò a quella richiesta scritta una lettera, indirizzata allo stesso magistrato Giuseppe Porqueddu, che però non la ricevette mai. È uno dei tanti aspetti misteriosi della storia del recluso morto nella cella “liscia” del braccio promiscui di San Sebastiano, il 18 novembre 2007, ieri al centro dell’udienza in Assise dove si celebra il processo per omicidio premeditato.

Primo teste, l’alto magistrato oggi in pensione, che conferma: «Escludo in maniera categorica di averla ricevuta, me ne sarei ricordato». Perché secondo la ricostruzione della Dda di Cagliari, sostenuta in aula dal pm Giovanni Porcheddu, con quella lettera Erittu voleva iniziare a parlare della scomparsa del muratore di Ossi, Giuseppe Sechi (1994), legata al sequestro del farmacista di Orune Paolo Ruiu (1993) mai tornato a casa. E accusare l’uomo oggi sospettato di averlo fatto uccidere, Pino Vandi. Per la Procura, quella lettera non uscì mai da San Sebastiano. O meglio, si perse prima di arrivare pochi metri più in là, lungo via Roma, al civico successivo del Tribunale. Dagli atti, le tracce si perdono tra l’ufficio matricola e quello protocollo. In aula si cerca di ricostruire il suo percorso ma è tutto inutile: troppi non ricordo, non dovrebbe, non so.

L’ultimo che avrebbe dovuto vederla, materialmente, è Aldo Silvetti, addetto all’ufficio protocollo del carcere al quale approdano le comunicazioni dei detenuti verso l’esterno, che vengono raccolte dall’ufficio matricola. Il pm gli sottopone l’estratto sul quale era registrata la richiesta di Erittu, proveniente appunto dall’ufficio matricola, dove c’è il riferimento alla lettera “fantasma”. Poi, però, nel registro che lo stesso Silvetti compila, il riferimento alla missiva non c’è. L’addetto non sa spiegarlo. Alza le sopracciglia come fosse cosa da poco: «Non lo segnai, strano. Dev’essere stata una mia svista, una distrazione. Ma la lettera c’era sicuramente». Non è chiaro da dove derivi questa certezza. Fatto sta che il pm gli contesta di aver detto cose parzialmente diverse in indagine, sebbene contraddittorie. Alla domanda che allora il pm pose sull’esistenza dello scritto, lui rispose (come da verbale): «Non credo, perché in quel caso io avrei specificato che alla richiesta vi era allegata anche una busta chiusa. È una sicurezza la mia che quantifico in circa il 90 per cento». Ma alla riga successiva sembrava smentirsi e ipotizzare il contrario. Poi il pm legge una postilla dello stesso verbale per ribadire la contestazione. E la difesa degli imputati Vandi, l’agente Mario Sanna, l’ex detenuto Nicolino Pinna, insorge. Il legale di Sanna, Agostinangelo Marras (difensore con Mattia Doneddu) denuncia difformità tra il verbale che legge il pm e quello messo a disposizione dei difensori, e spiega che quella postilla è stata aggiunta a penna, il giorno successivo all’interrogatorio, da un investigatore. «Chiediamo che la Corte prenda visione delle due copie, perché non è escluso che possano esserci estremi di reato», riferendosi ad un possibile falso. La Corte si ritira, dopo le opposizioni di pm e parte civile, i legali Nicola Satta, Lorenzo Galisai e Marco Costa, per poi rigettare l’istanza: nulla di irregolare. Tornando al percorso ambiguo della lettera, rispondendo alla domanda di uno dei legali di Vandi, Pasqualino Federici, Silvetti spiega che di solito «se non c’è una lettera, lo faccio presente. Quel giorno non lo feci». Allora racconta della supposta spedizione, anch’essa peculiare rispetto alla prassi. Sebbene di solito le lettere indirizzate ai magistrati del Palazzo di giustizia adiacente al carcere vengano sempre portate a mano, «quel giorno l’addetta non c’era. Quindi decidemmo di inviare le lettere per posta ordinaria». Il riscontro però non si trova. Alle poste non c’è, e al massimo si troverebbe la ricevuta con il numero totale delle lettere inviate, non certo il riferimento al mittente, cioè Erittu. Il presidente della Corte Pietro Fanile - a latere, la collega Teresa Castagna - interroga il teste, che non sa rispondere. Dopo Silvetti, parla chi raccolse la richiesta di colloquio dalle labbra di Erittu, cioè l’addetto all’ufficio matricola, Antonio Cossu, quel 12 novembre. «Io compilo a mano il registro IP1, poi preparo l’estratto al pc, che va alla firma del direttore e al protocollo. Di solito viene spedita il giorno seguente». Ma per quella di Erittu, la data di invio è il 14. Piccolo retroscena. Sul registro, dopo la richiesta di Erittu ce n’è una a firma Giuseppe

Bigella, reoconfesso che ha fatto riaprire il caso inizialmente archiviato come suicidio. Su domanda dell’avvocato Elias Vacca (difesa Vandi), Cossu ammette: «È possibile che Erittu e Bigella si siano incontrati prima di entrare in ufficio». Il primo marzo, in aula, i medici legali.

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