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Quando il gol diventa mito

Lo sport sardo piange il più grande bomber della storia della Torres

SASSARI. Nell'epoca in cui il calcio era un gioco per uomini veri, gli attaccanti assomigliavano a giganti senza paura e i tifosi lanciavano in aria il cappello per festeggiare un gol. Quando in attacco giocava Marzio Lepri, i difensori erano carogne con i tacchetti affilati e per superarli serviva la forza di un bisonte.

Sono volati migliaia di cappelli, all'Acquedotto, ai tempi in cui la maglia rossoblù numero 11 apparteneva solo e soltanto a quel centravanti col fisico da corazziere.

Cinquant'anni dopo, in una piovosa mattina di Pasqua, il più grande bomber della storia della Torres se n'è andato per sempre a 82 anni e il suo mito si è elevato al rango di leggenda. Per i gol, perché nessuno nella storia ultracentenaria della società sassarese ha segnato quanto lui. Per la fedeltà alla maglia, perché tra una semplice colonna e una vera bandiera la differenza salta agli occhi: dieci stagioni consecutive con la stessa maglia, e tanti cortesi “no” alle richieste che per tutti quegli anni gli sono piovute addosso. No al Cagliari, no alla Roma, no a tutte le altre squadre. No, grazie, lui aveva già la sua Torres.

Era nato a Terni, aveva segnato in Umbria i primi gol ed era stato acquistato dalla Torres del presidente Tonino Maccari dopo aver giocato con la maglia della selezione dell'Aeronautica.

L'uomo che diventerà bandiera aveva fatto fatto irruzione nella storia della Torres alla sua maniera, buttando giù la porta a spallate: tre gol all'esordio, il 26 settembre 1954 contro il Monteponi. Anzi, tre gol in meno di un'ora, con tutto il campionario del bomber di razza subito messo in esposizione per la gioia del pubblico dell’Acquedotto: prima un dribbling in velocità trasformato in rete con un diagonale di destro, poi un colpo di testa di rapina, infine una gran botta dal limite dell'area.

Difficile, oggi, spiegare quanto profondo sia il segno lasciato da questo carro armato in maglia rossoblù. Segni profondi come graffi, incisioni a caldo su un’intera epoca pallonara e sociale. Era arrivato in bianco e nero sul durissimo sterrato dell'Acquedotto, se n'è andato a colori sul soffice verde di un'erbetta scintillante, dieci stagioni, 301 partite e 122 gol più tardi. Da quel Torres-Monteponi a Torres-Arezzo del 21 maggio 1964. Dieci anni di gol e di botte, di sogni e di amori mai traditi. Trovò la Torres in quarta serie e nel 1959 la trascinò in serie C con una stagione da record: 24 gol in 31 gare e un nugolo di ragazzini, il giorno della partita finale contro la Romulea, fecero invasione di campo e lo portarono in trionfo. Lui, solo lui.

Volavano cappelli e si gonfiavano le reti, in quegli anni, e Sassari aveva già il suo Gigi Riva prima ancora che quello vero sbocciasse con la maglia del Cagliari. Proprio quel Cagliari con cui Lepri sembrava avere un conto aperto. Niente di personale, certo, solo che l’aviatore con la maglia della Torres non perdeva l’occasione per impallinare i cugini. In casa, in trasferta nel catino dell’Amsicora, in amichevole. A casa Maccari erano risate assicurate: perché nel frattempo le due figlie del presidentissimo erano andate in spose ai due capitani. Una aveva portato all’altare Marzio, l’altra si era sposata con Umberto Serradimigni, sassaresissimo capitano del Cagliari. E’ una foto storica, quella che ritrae Lepri e suo cognato Umberto a centrocampo, uno di fronte all’altro prima del match, in attesa del responso della monetina. E’ il 4 marzo 1962, il Cagliari sta per volare in B e sulle tribune dell’Acquedotto, stretti tra altri 15 mila tifosi, ci sono il presidente della Regione Efisio Corrias e il capo dello Stato Antonio Segni, presidente onorario della Torres. Finirà, manco a dirlo, con una doppietta di Marzio Lepri e la vittoria per 2-1 dei sassaresi.

Non giocava le coppe, la Torres, e quasi mai la squadra allestita dalla dirigenza era all’altezza di quel suo centravanti così devastante. Eppure, tra l’eterna rincorsa della serie B e le tante stagioni nell’anonimato della C, con la fascia di capitano al braccio Lepri trovava tutti gli stimoli necessari per dare il massimo. Dava tutto, per la maglia, e lo testimonia la lista infinita dei suoi infortuni. A Foligno, proprio dalle sue parti, gli tirarono un calcio in faccia e lo mandarono in coma per 12 ore. La domenica successiva era regolarmente in campo, e regolarmente segnò uno dei gol della vittoria torresina. Una volta si strappò un muscolo della gamba destra, e pur di giocare imparò a calciare di sinistro. Imparò così bene che divenne un mancino quasi naturale. Un suo compagno di squadra si divertiva, alla fine delle partite, a fare l’inventario dei pezzi di carne lasciati sul campo. Sua moglie Annalisa, che teneva il conto delle sue cicatrici, un giorno gli contò una sessantina di punti soltanto sul viso.

La centesima rete della sua epopea torresina era quella del Livorno e si gonfiò al 78’ di una calda domenica di maggio del 1961. La centoventiduesima, l’ultima, fece piangere il Siena. Pianse anche lui, forse, quando la Torres gli concesse lo svincolo - e in pratica lo cacciò - dopo 10 anni di piccole e grandi imprese. Giocò ancora, con Sorso e Bonorva, poi si allontanò per sempre dal mondo del calcio. Guardava volentieri le partite di basket di sua figlia, e stette per anni dietro il banco del suo negozio di articoli per bambini. Nel suo buen ritiro di Sant’Orsola, la periferia “bene”

di Sassari, dieci anni fa iniziò ad ammalarsi e a consumarsi lentamente.

Il suo mito ha forgiato generazioni di torresini, ma fa quasi impressione, oggi, sapere che molti giovani tifosi continuano a considerarlo un faro, una bandiera. Per tutti, resta semplicemente il Bomber.

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