Come detective alla scoperta di Bisarcio

Entra nel vivo la seconda fase della campagna di scavi che porterà alla luce il villaggio medievale vicino alla basilica

OZIERI. È passata una settimana dall’inizio della seconda fase della campagna di scavi nel sito medievale di Bisarcio, partita lunedì scorso e che terminerà in 14 settembre. Al centro dell’indagine c’è l’area sommitale del sito, occupata dalla basilica di Sant’Antioco, dai resti dell’episcopio, di un grande recinto fortificato e di varie pertinenze. La ricerca è appena agli inizi ma nel corso del suo svolgimento tenterà di costruire una valutazione del potenziale archeologico, stratigrafico e informativo del sito. «Le domande che affollano l’agenda della ricerca nell’affrontare un sito della centralità storica di Bisarcio - spiega il direttore scientifico professor Marco Milanese - sono numerose. In particolare lo scavo mira alla valutazione del suo potenziale, ovvero a capire quanto esso sia stato saccheggiato, impoverito, “depotenziato” da infiniti interventi di cercatori di tesori e collezionisti di antichità che hanno agito senza lasciare alcuna documentazione scientifica dei ritrovamenti, come testimonia l’impressionante quantità di reperti presente nel Museo Archeologico di Ozieri. Quello che ci proponiamo di scoprire - aggiunge - è in quali tempi e in quali modi si è formata la diocesi di Bisarcio, al di là della sua comparsa nella documentazione scritta a partire dal 1070. Saremo in grado di cogliere queste fasi cruciali della comparsa del potere vescovile, con particolare riferimento ai secoli X e XI, in un sito che, per la sua posizione dominante su un’alta rupe che domina la sottostante piana di Ozieri e per la sua antichità testimoniata da preesistenze protostoriche e romane, è sempre stato un “central place” del territorio. Altri oggetti di ricerca - prosegue - sono l’organizzazione spaziale e le funzioni dell’area circostante la basilica, in particolare a seguito della soppressione della sede vescovile del 1503; la dimensione e cronologia dell’area cimiteriale; la datazione e le funzioni del recinto fortificato vicino alla basilica; l’entità effettiva dell’insediamento nuragico ». Al progetto, organizzato con taglio didattico, lavora un’équipe composta dagli archeologi medievisti Giovanni Frau, Carla Sgarella, Alessandra Deiana, Maria Cherchi, Maria Chiara Deriu, Antonella Bonetto, Manuela Simbula, Anna Rita Becciu, Paola Derudas, Martina Zipoli, Matteo Pipia, Maura Sedda, Antonella Deias; i dottorandi Maily Serra e Leila Moshfegh Monazah; gli specializzandi Silvia Ligas, Claudia Cocco, Francesca Collu, Cristiana Cilla e Sara Puggioni e gli studenti Ilaria Fadda, Caterina Bruno, Maria Paola Bulla, Giancarlo Deruda, Angela Murtas, Cinzia Moro, Claudia Nieddu, Emanuela Masala e Marta Macrì. Fanno

parte del Bisarcio Project anche il professor David Kelvin dell’università di Toronto, studioso del Dna antico, attivo in ricerche in Sardegna, e la dottoressa Nikki Kelvin dell’università di Sassari, in previsione del ritrovamento di resti scheletrici umani nell’area circostante la basilica.

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