Bancaria morta al Civile, in aula la difesa dei medici

Giuseppina Ledda, di Bessude, era stata ricoverata dopo un incidente stradale Uno degli ortopedici imputati riferisce: «In quei giorni non ero in reparto»

SASSARI. «Lamentava un dolore al fianco, stava male, era affaticata. In quel momento un’infermiera mi disse che la stavano preparando per una trasfusione perché aveva l’emoglobina molto bassa». Giuseppina Ledda, bancaria di Bessude di 45 anni, morì poco tempo dopo, 14 giorni dopo il ricovero: era il 20 ottobre del 2010. Ieri, in aula, c’è stata la testimonianza della sua più cara amica che ogni giorno andava a trovarla in ospedale.

Per la morte della donna sono finiti a processo per omicidio colposo alcuni medici dell’ospedale civile (altri cinque sono stati assolti con rito abbreviato). La donna, madre di tre figli, era stata ricoverata con la frattura di entrambi i femori in seguito a un incidente stradale, ed era stata operata. La morte però fu causata da un’emorragia interna provocata da una lesione al fegato. Secondo il pm Carlo Scalas i medici non avrebbero approfondito con esami specifici il quadro clinico della paziente. Sul banco degli imputati sono rimasti Sandra Puggioni, 47 anni; Tonino Zirattu, 49; Giorgio Patta, 56; Daniela Pistidda, 42; Pier Paolo Porqueddu, 41 (difesi dagli avvocati Antonio Meloni, Gian Comida Ragnedda, Sara Migliore, Paolo Vinci, Marina Canu, Giorgio Murino e Marcello Masia). I familiari della vittima si sono costituiti parte civile con l’avvocato Giuseppe Conti.

Nell’udienza davanti al giudice Salvatore Marinaro, ieri sono stati sentiti due dei medici imputati che hanno voluto chiarire in aula la propria posizione per dimostrare che nulla avrebbero potuto fare per salvare la vita alla donna. In particolare, Daniela Pistidda, lavorava sì nel reparto di Ortopedia ma non nella sezione (B) in cui era ricoverata la Ledda, e infatti ha precisato di non aver mai visitato la paziente in quei giorni: «La mattina del suo ricovero io smontavo dalla notte – ha spiegato – e quindi non l’ho nemmeno vista, i due giorni successivi ero di turno per le consulenze del pronto soccorso e per l’ambulatorio addirittura in un altro padiglione. E invece dal 15 al 20 (giorno del decesso della bancaria ndc) ero in ferie». Una posizione, dunque, molto chiara: la dottoressa Pistidda non ha mai visitato la paziente semplicemente perché in quei giorni aveva altri incarichi e poi era addirittura andata in ferie.

In aula ha parlato anche il suo collega Pier Paolo Porqueddu. Anche lui lavora nella sezione A del reparto: «Fu ricoverata il 6 e la rividi l’8. Aveva una discreta anemizzazione ma era del tutto asintomatica. Come vuole la prassi, soprattutto nei pazienti che hanno subìto un

intervento, disponemmo una trasfusione». Alla contestazione della parte civile sul perché non fu disposta ad esempio una Tac, Porqueddu ha risposto: «Non presentava segni clinici e quindi non potevo richiedere quell’esame. Se la paziente avesse riferito sintomi avremmo certo indagato di più».

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