MEMENTO
A caccia dei leoni custodi del tempo nei giardini nobiliari

Lo storico dell’arte ci racconta il notevole fascino che il re degli animali ebbe sui sassaresi del passato. Viaggio nelle tenute dov’è ancora possibile ammirare le più belle opere in pietra

Il leone ebbe un notevole fascino sui sassaresi del passato, se si va a pensare come abbia trovato successo quale elemento decorativo soprattutto nelle campagne appartenute al ceto nobiliare o a congregazioni religiose.

Andiamo quindi a “caccia” dei leoni superstiti nelle tenute agricole sassaresi. La prima tenuta appartenne, nel Settecento, a don Stefano Manca marchese di Mores e alla moglie donna Anna Maria Amat Tola, per poi passare nel 1792, attraverso una divisione ereditaria assai combattuta fra alcune casate sassaresi, al conte Antonio Ledà d’Ittiri. Era la tenuta di Santa Maria di Pisa, un tempo composta dalla villa di campagna, annessa cappella, giardino e vigna, ed oggi suddivisa tra il Pime e la Congregazione vincenziana.

Nel giardino delle suore vincenziane si ammirano due coppie di leoni. La prima è ai lati di una particolare fontana posta nella parte più interna: il leone di destra sorregge lo stemma Amat, mentre il sinistro quello dei Manca. L’altra coppia è posta presso l’ingresso e i leoni, assai rovinati dal tempo, dovettero in antico fare bella mostra sui plinti del cancello principale della tenuta, demolito probabilmente nel primo Novecento.

Questi due leoni, che sembrano reggere con le zampe anteriori degli stemmi quasi del tutto consumati, sono databili ritengo al pieno Settecento e non al medioevo come avanzato in passato. Li vedo assai simili a quelli che esistono ben distanti da Sassari nella seconda tenuta, in una porzione del comune che non indico perché sarebbe oggi assai facile asportarli: sorreggono ancora lo stemma quasi cancellato dell’Ordine Francescano, proprietario dell’ampio fondo agricolo.

Infine resta il mio preferito, in una tenuta che fu dei Quesada: un leone scolpito tra fine Settecento

e primissimi dell’Ottocento forse da quell’Agostino Pinna che tirò poi su nel 1818 il campanile di Tissi. L’espressione del muso penso possa ben simboleggiare il sassarese “Mi n’affuttu”...

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