Bigella: la droga anche nel deodorante

È ripreso ieri il processo per il traffico di stupefacenti nell’ex carcere di San Sebastiano. Il superteste entra in aula scortato

SASSARI. «La droga entrava eccome in carcere, gli stupefacenti finivano nei fazzolettini di carta, nel deodorante a stick, persino dentro le buste del pane. Io all’epoca consegnavo la spesa ai detenuti quindi sapevo perché vedevo».

L’immagine di Giuseppe Bigella è sempre la stessa di due mesi fa, quando il testimone chiave del processo per il traffico di droga dentro l’ex carcere di San Sebastiano aveva deposto nell’aula della corte d’assise. Ieri era scortato come allora da agenti in borghese e poliziotti, protetto da una barriera bianca per impedire che i detenuti imputati presenti in aula potessero guardarlo o rivolgergli qualche parola da dietro le sbarre.

Il processo è ripreso ieri mattina davanti al collegio presieduto da Salvatore Marinaro. L’anno di riferimento del presunto traffico di droga nell’ex istituto penitenziario di via Roma è il 2008 e per primo Giuseppe Bigella (al momento detenuto in un carcere della penisola per l’omicidio della gioielliera di Porto Torres Fernanda Zirulia e per quello di Marco Erittu di cui si è autoaccusato di fronte ai giudici di Cagliari) aveva parlato di spaccio e connivenze dentro San Sebastiano. E sempre lui aveva dato il via all’inchiesta. Poi erano arrivati gli altri collaboratori di giustizia, Pasquale Cozzolino e Giovanni Brancaccio, che in gran parte avevano confermato le sue dichiarazioni. E infine erano sopraggiunte le intercettazioni, ambientali e telefoniche, e le indagini affidate al nucleo di polizia penitenziaria, intenzionata a scoprire eventuali divise corrotte. In 45, soprattutto detenuti ed ex reclusi, erano finiti sotto accusa, molti per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, altri per singoli episodi di cessione di stupefacente, e poi c’erano i tre agenti imputati di concorso esterno.

Secondo la Procura, nel penitenziario sassarese la droga entrava anzitutto grazie alla complicità di alcuni familiari di detenuti, ingegnosi nel nascondere gli stupefacenti persino nei maialetti e negli agnelli cucinati e portati ai loro cari. Poi c’erano gli agenti: uno di questi chiamati in causa da Bigella era stato per anni al vertice del carcere. Tra il 2002 e il 2007 l’allora ispettore capo Santucciu aveva le funzioni di comandante. Bigella lo aveva accusato di aver aiutato il presunto boss dell’organizzazione, Pino Vandi (assolto lo scorso luglio dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Marco Erittu), ad evitare perquisizioni, controlli, addirittura intercettazioni. Bigella anche ieri ha confermato l’esistenza di una vera e propria «organizzazione ramificata» all’interno del carcere con ruoli ben precisi affidati a ciascuno e con Pino Vandi che aveva un ruolo dominante e privilegiato. Incalzato dalle domande del pubblico ministero Giovanni Porcheddu, Bigella ha fatto i nomi di alcuni detenuti coinvolti nel “giro” e ha indicato i nascondigli in cui veniva sistemata la droga. «Qualcuno

la metteva anche dentro un accendino di plastica che teneva sotto la branda della cella, ma gli stupefacenti finivano anche nei contenitori di plastica e dentro le buste del pane».

Oggi, sempre in corte d’assise, il pm continuerà l’esame del superteste.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

TrovaRistorante

a Sassari Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGISTICA

Come trasformare un libro in un bestseller