Erula

L’arte degli antichi carbonai rivive con la “chea”

ERULA. Si rinnova anche quest’anno ad Erula l’antico rito della “chea” che i carbonai erulesi realizzano per produrre il carbone costruendo una speciale pira di legname abilmente sistemato a forma...

ERULA. Si rinnova anche quest’anno ad Erula l’antico rito della “chea” che i carbonai erulesi realizzano per produrre il carbone costruendo una speciale pira di legname abilmente sistemato a forma di un piccolo cratere e ricoperto di terra. Ci vuole grande maestria per realizzare una chea e gli artefici di questa nuova carbonaia sono stati veri esperti, Nicola Pani, Vanni Canopoli e Tore Canopoli che da anni s’impegnano a far rivivere questa antica tradizione. Un lavoro che comporta molte settimane di preparazione e, una volta sistemata la legna, la continua sorveglianza del fuoco, giorno e notte, per una settimana per evitare che il carbone possa diventare cenere. La riscoperta dell’antica tradizione carbonaia è stata oggetto di un documentario di Pietro Brundu e Maurizio Marras pubblicato qualche anno fa e attualmente di questa antica arte si è interessata anche la televisione del Giappone. Non mancano le scolaresche che ogni anno vistano la chea di Nicola Pani. Lo storico erulese Alessandro Piga ci racconta dell’importanza dei carbonai nella regione de Su Sassu nell’Ottocento, quando l’economia era basata sulla legna e sulla produzione del carbone. «Una vera risorsa che valse persino una causa giudiziaria sul contezioso dei ricchi possedimenti erulesi nei confronti dei comuni limitrofi - racconta Alessandro Piga - la lite di delimitazione del territorio si prolungò da metà dell’Ottocento fino agli anni Trenta del Novecento. In questa regione operavano numerosi taglialegna e carbonai provenienti da Reggio Emilia e dal pistoiese e qualcuno di questi non disdegnò di rimanere e stabilirsi definitivamente nel nostro piccolo centro. La chea - sottolinea Piga - non è soltanto un

antico modo di realizzare il carbone ma un bella opportunità di rivivere la storia locale e anche l’occasione, com’ è stato, di fare festa per molti giorni rivalutando l’arte della carbonaia. Ci auguriamo che questa tradizione continui per la memoria delle successive generazioni». (m.t.)

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