Mezzo milione per ultimare il restauro

Il cantiere aprì nel 2008 ma subì uno stop per il ritrovamento dei resti del carcere di San Leonardo e per mancanza di fondi

SASSARI. Un palazzo che, dietro la sua facciata Ottocentesca, ha “nascosto” per secoli le tracce di una storia misteriosa, quella del carcere di San Leonardo. E' il palazzo Clemente di via al Carmine che, sino alla fine degli anni Novanta, ha ospitato l'ex tipografia Chiarella che chiuse definitivamente i battenti il 30 giugno 1998. Ancora prima i suoi locali ospitarono appunto l'opificio dei fratelli Clemente, falegnami dalle mani abili che, dalla seconda metà dell'Ottocento sino ai primi anni Trenta del Novecento, realizzarono mobili di pregio esportati anche fuori dall'isola. Nei progetti dell'amministrazione comunale, il palazzo è destinato a ospitare una biblioteca che si collegherà, al piano terra e al primo piano, alla biblioteca comunale di palazzo Manca d'Usini, in piazza Tola. A opere ultimate, si realizzerà un polo della cultura in grado di valorizzare il centro storico della città e di offrire uno spazio innovativo per lo studio e l'informazione.

Il cantiere, aperto nell’ormai lontano 2008 dopo che il Comune, con il fallimento della tipografia Chiarella aveva acquistato l’immobile all’asta giudiziaria cinque anni prima per mantenerlo nel patrimonio della città, è rimasto sospeso in attesa di poter ottenere nuovi finanziamenti. La cifra stanziata, 3 milioni e 700mila euro, si è rivelata insufficiente perché sono state necessarie una serie di varianti in corso d’opera, legate ai ritrovamenti archeologici, che hanno anche allungato i tempi.

Tutti gli impianti e le opere principali sono stati eseguiti, occorre mettere in posa la pavimentazione (che sarà in parquet e in resina industriale), dare le ultime rifiniture e poi acquistare gli arredi. Ora l’amministrazione comunale è riuscita a ottenere un ulteriore finanziamento di 500 mila euro al quale si aggiunge uno stanziamento di fondi comunali di 70 mila euro.

Nei giorni scorsi la quarta commissione presieduta dal consigliere Francesco Era, con l'assessore ai Lavori pubblici Ottavio Sanna, ha fatto un sopralluogo nella struttura. Lavori che hanno subìto un rallentamento per l'avvio di una campagna di scavi che ha portato alla luce i resti dell'antico carcere di San Leonardo, sulle cui fondamenta i Clemente avevano eretto la loro falegnameria. Gli scavi hanno fatto riaffiorare numerosissimi reperti come pettini, medaglioni in bronzo e pipe in terracotta che sono stati catalogati e consegnati alla Soprintendenza ai beni archeologici. Sono state ritrovate, inoltre, quindici cisterne campaniforme per la raccolta dell'acqua quindi sono state individuate alcune stanze che, all'epoca del carcere dovevano essere delle celle. Inoltre, nell'area più bassa degli scavi, sarebbe stata trovata quella che lo storico Enrico Costa chiama « la prigione della bòvida (della volta) » , profonda non meno di 5 metri e all'interno della quale in molti venivano gettati per poi morire.

Al suo interno sono ancora visibili alcuni macchinari utilizzati dagli operai della tipografia Chiarella. Più antichi, invece, un basso rilievo ritrovato al piano terra e i disegni che, con molta probabilità, possono essere attributi ai detenuti del carcere che dovette funzionare dal 1300 sino alla prima metà del 1800. Quindi rinchiusi tra le inospitali e umide mura del carcere i detenuti sfogavano la loro disperazione e accompagnavano le loro giornate sempre uguali dipingendo immagini e tracciando scritte con mezzi di fortuna, come il fumo delle candele o il nerofumo. Rimaste nascoste sotto strati di intonaci per 200 anni, ora quelle immagini sono state accuratamente restaurate e preservate. Sono disegni di una semplicità quasi infantile quelli che tappezzano il soffitto. C’è un po’ di tutto: fucili, un cannone, un carcerato in catene che nel parlatorio colloquia con una visitatrice, un Cristo sul catafalco, una via Crucis con tutte le sue stazioni, tante croci. E poi scritte e invocazioni religiose a Gesù e Maria Vergine. Spicca, un Candeliere con la sua corona agghindata di bandiere. Ma risaltano anche una serie di pintadere. E poi le scritte, con date e nomi, non tutti comprensibili.

Per citarne una, «Sechi Antonio». I lavori di completamento, che dovrebbero partire entro l'anno, saranno effettuati dalla stessa ditta che ha eseguito le prime opere e la campagna di scavo archeologico. I fondi dovranno servire per le opere di pavimentazione e l'impiantistica elettrica.

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