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Silvia Ledda

Che errore etichettare le persone

Una studentessa del liceo Spano parla di reinserimento nella società e di pregiudizi

Durante l'incontro con i detenuti e il direttore del parco di Porto Conte, a novembre, sono stati affrontati diversi aspetti del tema del reinserimento nella società di chi ha pagato il suo debito con la giustizia. Su alcuni  avevo già riflettuto e avevo la mia opinione in merito, altri che invece non avevo mai considerato e mi hanno dato spunti su cui riflettere.

Un carcerato viene considerato come un “cattivo soggetto” da buona parte della società, che abbia fatto o meno ciò per cui è stato condannato; però spesso si tende a dimenticare perché queste persone vengano rinchiuse.

Il carcere è un luogo in cui le persone sono rieducate e preparate per un nuovo inserimento nella società; ma molti (me compresa prima di questo incontro) identificano il carcere come un posto dove mettere i “fuorilegge” per escluderli dalla società.

Raramente ho riflettuto sul “durante”, ovvero a ciò che fanno i detenuti nel periodo di reclusione, e probabilmente mai al “dopo”.

Forse perché, molto semplicemente, la società tende ad etichettare le persone a seconda di ciò che fanno, e finire in prigione equivale erroneamente ad essere un cartone di latte scaduto in uno scaffale del supermercato, e non importa cosa farai durante la reclusione, perché saranno pochissime le persone a grattare via l'etichetta e rendersi contro che non sei ancora da buttare.

Il carcere dovrebbe essere riconosciuto come punizione, ma anche come seconda possibilità, e per questo motivo credo che dovrebbe chiamarsi in un altro modo: non “carcere”

o “prigione”, che evidenzia solo l'aspetto punitivo, ma qualcosa che evochi la punizione e la rieducazione, che sarebbe il reale scopo di questa reclusione.

 

Liceo Scientifico G. Spano

Silvia Ledda VC

 

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