Sassari

«Droga in carcere? Non ricordo niente»: perizia sulla memoria

L’ex detenuto tossicodipendente al processo per gli stupefacenti che entravano a San Sebastiano anche con la presunta complicità di alcuni agenti di polizia penitenziaria

SASSARI. Non ricorda niente, ha raccontato delle difficoltà causate dall’uso prolungato di sostanze stupefacenti che gli hanno anche creato problemi alla memoria. Così di quello che succedeva nel carcere di San Sebastiano e sul probabile coinvolgimento di alcune agenti della polizia penitenziaria non è in grado di dire o confermare niente.

Ieri mattina Antonello S., ex detenuto sassarese, ha risposto così in aula dove è comparso come testimone, al processo per la droga in carcere scaturito dalla maxi inchiesta «Casanza».

Il giudice Salvatore Marinaro - a quel punto - ha deciso di richiedere una perizia sanitaria per il teste con lo scopo di accertare se davvero si trova nelle condizioni di non ricordare niente a causa dell’uso continuo di sostanze stupefacenti. La perizia sarà affidata nella prossima udienza, già fissata per l’11 marzo, alla professoressa Liliana Lorettu, docente di Psichiatria all’Università di Sassari e al medico legale Francesco Lubino.

Nell’inchiesta che ricostruisce la presunta circolazione di droga all’interno di San Sebastiano (fino al 2008) sono coinvolte 45 persone, in larga parte detenuti o ex: per molti di loro è stata ipotizzata l’associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, mentre per altri le contestazioni riguardano singoli episodi di spaccio. Coinvolti, per concorso esterno, anche tre agenti della polizia penitenziaria.

Nell’udienza precedente erano comparsi i due collaboratori di giustizia - Pasquale Cozzolino e Giovanni Brancaccio - i quali hanno raccontato che «una volta entrati a San Sebastiano ci dissero che Vandi era uno che contava». Nessuno

di loro, però, parlò mai direttamente con Pino Vandi che l’inchiesta indica come figura di riferimento nel traffico di droga tra le mura del carcere. Secondo la tesi della Procura, la droga entrava nel penitenziario sassarese grazie alla complicità di alcuni familiari dei reclusi. (g.b.)

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