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«Rom mandati via, un atto vergognoso: ricorreremo al Tar»

Parla la vicepresidente dell’Asce Irene Baule, che ha seguito la vicenda dell’area sosta all’Arenosu

SASSARI. Quando apprende da una telefonata che il sindaco Giuseppe Morghen ha firmato l’ordinanza di sgombero resta in silenzio per qualche secondo. Sconcerto totale. «Non è possibile, non è possibile, francamente mi mancano le parole per esprimere tutta la tristezza di questa vicenda», è ciò che sul momento riesce a dire Irene Baule, maestra elementare da 41 anni, ma anche vicepresidente regionale dell’Asce, l’associazione sarda contro l’emarginazione. Poi pian piano prende fiato e annuncia: «Se davvero il primo cittadino di Sorso assumerà un simile provvedimento ci rivolgeremo al prefetto di Sassari e faremo immediatamente ricorso al Tar. Non si può impedire a un privato cittadino di acquistare regolarmente un terreno per scegliere di andarci a vivere con la sua famiglia, composta tra l’altro da otto minorenni. E se mancano le condizioni igienico-sanitarie bisogna dargli il tempo di crearle, cosa che peraltro lui ha ampiamente previsto di fare. Mi piacerebbe andare a vedere gli scarichi e gli abusi edilizi delle famiglie locali».

Nessuno più di Irene conosce nei dettagli la storia di questa famiglia di etnia rom che ha deciso di abitare nelle campagne tra “La Pauledda” e “Badde Caddoggia”. Non fosse altro perché è proprio lei che, per conto del Comune di Alghero, ha seguito lo sgombero del campo nomadi di Fertilia occupandosi personalmente del piano di inclusione finanziato (con soldi vincolati) dall’Unione europea. «Si tratta di una coppia di giovani che sta cercando in tutti modi di integrarsi nella nostra comunità - racconta -, sono persone perbene e quello che sta accadendo a Sorso in questi giorni è profondamente ingiusto. Nella pagina Facebook nata per mandarli via - continua la vicepresidente dell’Asce - ho letto delle frasi raccapriccianti pubblicate da persone che non solo vorrebbero riaprire i campi nomadi, cosa ormai contro le norme comunitarie, ma parlano serenamente di campi di sterminio».

Irene spiega che il capofamiglia, prima di lasciare l’insediamento di Fertilia, le aveva confidato di aver riflettuto sul fatto che forse andare ad abitare in un appartamento di città con otto bambini sarebbe stato problematico. «Aveva il timore di creare troppo disturbo al vicinato - rivela - e così la sua idea era quella di ricrearsi una vita in campagna acquistando un terreno con alcuni soldi che aveva messo da parte sommati a quelli a lui destinati dal piano di inclusione. Certo non immaginava una simile accoglienza

da parte degli abitanti di Sorso, e io ancora mi chiedo come si possa aver paura di una donna che deve allevare otto bambini. Semmai è lei, visto che il marito è tutto il giorno fuori per lavoro, che dopo le bestialità che sono state scritte sui social network dovrebbe essere spaventata».

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