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La Prima Guerra, il “battesimo” di sangue

Il 24 luglio 1915 si varca l’Isonzo: poi le due terribili, epiche battaglie

I primi battaglioni della Brigata passarono l'Isonzo il 24 luglio. Cominciava la guerra, la lunga fase della "guerra cadorniana", pagata soprattutto dalle fanterie mandate a sbattere, nei giorni di battaglia, contro i reticolati austriaci, preparati già da gran tempo prima, protetti da un'artiglieria pesante piazzata con particolare oculatezza: sino a Caporetto, la guerra di Cadorna fu una guerra di uomini (italiani) contro difese poco meno che insuperabili. Dove non bastavano le armi, dovevano supplire gli uomini. Per fare il loro dovere gli uomini della Brigata diventarono presto specialisti in assalti alla baionetta trasformati spesso in assalti all'arma bianca, in corpo a corpo mortali. Non è favola che gli austriaci temevano quei sardi indiavolati, si abituarono a chiamarli "i diavoli rossi".

Il primo anno di guerra - da luglio a dicembre - fu contrassegnato da due grandi battaglie.

La prima, tra luglio e agosto, per prendere una fila cupa di boschi (Bosco Cappuccio, Bosco Lancia, Bosco Triangolare) e una posizione particolarmente munita, che i soldati chiamavano "il Trincerone". In quegli scontri la Brigata perse 13 ufficiali e 54 furono feriti, 384 soldati morirono e 2.688 furono feriti. Si contarono anche i primi 57 fanti dispersi: termine con il quale le norme ufficiali accomunano caduti di cui non fu trovato il corpo, altri fatti prigionieri e anche altri che forse erano fuggiti.

La seconda, all'inizio di novembre, fu una battaglia di particolare furore, per prendere una posizione in cui, in pochi metri di terra, quando vi arrivò la Brigata erano già morte centinaia di uomini. Due brevi trincee a poche decine di metri di distanza una dall'altra, che i nostri soldati chiamavano da quello che vedevano: la Trincea delle Frasche, per come erano coperti i parapetti, e la Trincea dei Razzi, che da lì partivano ad illuminare la notte. Diverse formazioni italiane vi erano state decimate: mentre la Brigata saliva a prendervi posizione - racconta Leonardo Motzo, "uno che c'era" - «dalla linea scendevano di corsa dei soldati che cercavano di allontanarsi al più presto possibile da quello che chiamavano 'l'inferno' ».

La Trincea delle Frasche era lunga novecento metri e finiva nella Trincea dei Razzi, altri quattro-cinquecento metri: tutt'e due costruite da tempo, munitissime, distanti una cinquantina di metri dalle nostre, improvvisate. Il 151° prese posizione davanti alle Frasche, il 152° davanti ai Razzi. I fanti balzarono dalle trincee a mezzogiorno preciso del 10 novembre: la nostra artiglieria aveva tentato invano di aprire dei varchi, sparando tutta la mattina. Ma i reticolati erano rimasti intatti, le mitragliatrici facevano il vuoto: la lotta fu cruentissima dappertutto - testimonia Motzo - : «Morti e feriti si allineavano davanti ai reticolati, che tentavano di tagliare con le pinze». A sera gli italiani sono ancora fuori dalle trincee, e viene l'ordine che restino lì, nella terra di nessuno, fradici di una pioggia continua e violenta: la mattina dopo gli attacchi sono di nuovo infruttuosi, e la sera i reparti vengono fatti ritirare nelle trincee di partenza. Ma la Brigata non molla.

Quel poco di terreno di fango e morti delle Frasche e dei Razzi è il luogo del battesimo "sardo" della Brigata. Per stroncare la resistenza austriaca si decide di far saltare i reticolati con una serie di azioni notturne di piccoli gruppi. Al mattino del 12 l'artiglieria austriaca inizia un pesante bombardamento che durerà tutta la giornata: eppure i sassarini resistono agli attacchi. Il giorno dopo, appena dopo l'alba, il 152° parte all'assalto e dilaga nella trincea austriaca, gli occupanti si arrendono.

L'indomani 15 il bollettino del Comando supremo racconterà la battaglia: «Sul Carso è continuata ieri l'azione. Per tutto il giorno l'artiglieria nemica concentrò violento e ininterrotto fuoco di pezzi di ogni calibro sul trinceramento delle Frasche, al fine di snidarne le nostre fanterie. Gli intrepidi Sardi della Brigata Sassari resistettero pienamente nelle conquistate posizioni e con ammirevole slancio espugnarono altro vicino trinceramento detto dei Razzi. Fecero al nemico 278 prigionieri dei quali 11 ufficiali». Il Comando, apparentemente violando l'abitudine per cui non si dichiaravano mai le formazioni e spesso neanche i luoghi dove combattevano, non solo cita la Brigata Sassari ma, forse trascurando la presenza di eroici "continentali" che vi militavano (Fapanni, Osimani, Romanelli, Taddei, Pascazio, Moscato, Villetti sono nomi di ufficiali morti o feriti già nella battaglia d'estate), nomina anche "gli intrepidi Sardi". Forse la maiuscola non ha altra motivazione che un'abitudine lessicale, ma l'aggettivo "intrepidi" non è evocato a caso. Si sottolinea una specificità del corpo, per ora soltanto una peculiarità regionale. Ma da lì parte, in Sardegna ma anche in tutta Italia, una possente ondata d'entusiasmo e di orgoglio. Gli inviati speciali della grande stampa nazionale battono la grancassa. Il Comando supremo coglie

la palla al balzo e pochi giorni dopo emana una circolare con cui dispone che qualunque soldato sardo di Fanteria che voglia passare alla "Sassari" basta ne faccia semplicemente domanda. Nasce la "Brigata di ferro", guardata a vista dai giornali, esaltata per ogni sua esaltante impresa.

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