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La Seconda Guerra: il Calvario del coraggio

I “Sassarini” impegnati in Jugoslavia: combattimenti durissimi e imboscate. Un “inferno” quotidiano e il dramma dell’equipaggiamento inadatto

Nel primo dopoguerra la Brigata "Sassari" fu destinata a Trieste, essenzialmente con il compito di presidiare i territori liberati.

La sede fu confermata nel 1926 quando, in seguito al riordinamento dell'Esercito, perse il suo glorioso nome; ed era la stessa nel maggio del 1939, quando si tornò al passato con la costituzione della Divisione di Fanteria "Sassari": oltre a un reggimento di Artiglieria comprendeva i gloriosi 151° e 152°.

Fu così che nell'aprile del 1941, quando l'Italia, al seguito della Germania, aprì le ostilità in Jugoslavia, i reparti, costituiti per la maggior parte di sardi, ebbero l'ordine di varcare il confine.

L'impresa si rivelò subito ancora più insidiosa della guerra di trincea. L'attacco spinse infatti alle armi la popolazione locale, che si divideva in fazioni in parte concordi nel respingere gli invasori e in parte in lotta tra loro per i più vari motivi.

I primi a muoversi furono i monarchici, poi si fece largo l'esercito partigiano comandato da Josip Broz detto Tito, che però aveva a che fare anche con una serie di altri gruppi, tra i quali si distinguevano per efferatezza i "cetnici" serbi e gli "ustascia" croati.

I "sassarini" dovettero fare appello a tutte le loro doti di resistenza fisica e di astuzia per sopravvivere in un conflitto caratterizzato da sorprese, imboscate, crudeltà e orrori di ogni genere. Il quadro è ben delineato dalle testimonianze dei reduci raccolte da Francesco Fatutta e Paolo Vacca nel volume "La guerra dimenticata della Brigata Sassari" (Edes, 1994).

Emergono per primi i difetti dell'equipaggiamento, inadatto a territori montani innevati per lunghi mesi. I fanti italiani dovettero rinunciare allo zaino, che pesava cinquanta chili, e anche a portare, come era prescritto, quattro bombe a mano fissate al cinturone: bastava una pallottola nemica per saltare in aria con i compagni. Eliminate anche le mostrine, che si distinguevano da lontano.

Alcuni schieramenti nemici erano temuti anche perché infierivano crudelmente su quanti catturavano, e sui loro cadaveri. I reduci raccontano di una ragazza morta dissanguata perché le erano stati recisi i seni; di morti che venivano appesi agli alberi e squartati.

Ma i pericoli venivano anche dall'insipienza dei comandanti, specie degli ufficiali, che al momento del pericolo preferivano tenersi prudentemente al riparo, al sicuro: era diminuito il numero dei Lussu e dei Graziani che al loro tempo avevano saputo condurre i sottoposti nelle azioni più difficili.

I soldati non andavano oltre qualche protesta a mezza voce, ma c'era anche chi non aveva peli sulla lingua; come il fante scelto Mario Anedda che, quando il superiore gli disse che toccava a lui uscire dal fosso in cui si erano rifugiati per andare all’attacco subito ribatté: «No signor tenente, adesso tocca a lei» Lo diceva il regolamento, e il tenente dovette obbedire.

Qualche tempo dopo Anedda riuscì a riempire lo zaino di provviste alimentari, ma ebbe a che fare con un sergente maggiore che gli ordinava di consegnare il bagaglio: «No, lo zaino lo tengo io - rispose - se vuoi roba vai a rubartela». Con lo stesso orgoglio del milite di Bitti, carico di spoglie nemiche dopo lo scontro con i francesi sul litorale di Quartu del febbraio 1793, che a un compagno che chiedeva di cedergliene parte aveva detto: «Si nde cheres ochiedinde», se ne vuoi ucciditene.

Come già nella Grande Guerra, i sassarini si distinguevano soprattutto per la capacità di adattarsi e di saper reagire in situazioni così difficili: mostravano coraggio e resistenza fisica, e abilità nell'uso delle armi, sia da fuoco che bianche.

La baionetta veniva usata anche come pugnale, era un continuo lavorio per affilarla, fatto di nascosto perché il regolamento lo vietava. Molta anche l'abilità nel procurare provviste alimentari e, data l'esperienza pastorale, nello squartare gli animali e cuocerne la carne.

Tante capacità e tanto impegno non furono però sufficienti

per vincere il conflitto. Dopo due anni i militi della "Sassari", decimati e malridotti, furono ritirati da quel fronte e incaricati della difesa di Roma. Si distinsero ancora nella difesa di Porta San Paolo, poi il corpo si sciolse: soltanto nel 1989 la gloriosa Brigata ha riavuto vita.

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