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I “Lince” a Narmaki e quei ragazzini felici per un pallone

Il racconto dell’inviato della “Nuova”: «La forza vera della Brigata è l’entusiasmo contagioso e l’altruismo»

Il cielo di Herat resterà per sempre nel mio cuore. Le stelle che quasi accarezzavano il deserto hanno accompagnato le mie notti da inviato della “Nuova Sardegna” in Afghanistan. La notte era il momento dei pensieri, del ripensare all’avventura che avevo avuto la fortuna di vivere. In lontananza i bagliori della città, ma troppo lontana per non farmi godere la luce delle stelle. E con la testa rivolta verso il cielo, seduto al freddo sugli scalini della mia camerata, avevo rivissuto quei giorni che hanno segnato per sempre la mia vita. Un’esperienza indimenticabile.

Ho potuto scoprire l’Afghanistan e almeno capire la filosofia di vita degli afghani. La città di Herat con le sue contraddizioni. La donna con i tacchi a spillo che spuntavano dal burqa celeste. Gli anziani seduti a fumare il narghilè e a bere il te un po’ dovunque. I mercati all’aperto disordinati e chiassosi. I “Tuk tuk”, motocarrozzelle a tre ruote utilizzate come negozio, come camioncino e addirittura come camper per le famiglie che arrivano in città dai villaggi lontani per vendere le loro mercanzie. Le moto che sfrecciano controsenso. Le rotatorie nelle quali si gira in qualsiasi direzione.

Ricordi che si affollano nella mente mentre ripenso a quei giorni in Afghanistan. Ma c’è qualcosa che riaffiora impetuoso e più forte di qualsiasi altro . Un nome: Narmaki. Un villaggio sperduto nel deserto lungo il corso del fiume secco Farah. Il ricordo è indelebile.

Quel giorno eravamo usciti in missione all’alba con i Sassarini. Il sole era appena spuntato dietro le montagne nere. Chilometri di terreno brullo e poi il deserto. All'improvviso una spianata semiallagata nella quale spuntavano qua e là dei ciuffi di erba. E il villaggio di Narmaki nascosto da una bassa fortificazione di fango. Un luogo di fantasmi se non fosse stato per un filo di fumo che saliva verso il cielo azzurro da una casupola e per i pannelli solari sui tetti a cupola che riflettevano i raggi di sole.

I Lince dei sassarini si erano schierati all'ingresso del villaggio silenzioso. A un certo punto era arrivato un fuoristrada dell’esercito afghano con il carrello pieno di indumenti, davanti al villaggio fantasma. Silenzio, rotto dalla voce di un militare afghano che con un megafono aveva spiegato il motivo per il quale eravamo lì. Una cantilena ripetuta in diversi dialetti. Soltanto dopo quasi un’ora, due o tre bambini avevano fatto capolino da dietro la fortificazione. Timorosi, perplessi, ma curiosi. Ed ecco il momento indimenticabile che mi ha aperto gli occhi su un mondo sconosciuto, ma che almeno per i più piccoli è uguale a qualsiasi altro: un pallone fatto rotolare sulla sabbia fino all'ingresso del villaggio. E un bambino che era corso a prenderlo. Un’emozione forte.

Come potrei dimenticare quel bimbo scalzo e seminudo, con il viso sporco, i capelli neri come il carbone e gli occhi luminosi come le stelle del cielo afghano, che correva spensierato e felice incontro al Sassarino che gli aveva lanciato il pallone e l’aveva poi accolto tra. le braccia come un padre, un fratello, un amico.

Ecco questi sono i Sassarini. Quei soldati che hanno portato il nome della Sardegna nel mondo. Hanno la divisa, l’elmetto e i fucili ma sono prima di tutto uomini. Emozionante vederli mentre distribuivano indumenti, scarpe, palloni, quaderni, matite, giocattoli a bambini sporchi, quasi tutti a piedi nudi, ma con lo stesso sguardo felice di tutti gli altri bambini del mondo E ho avuto un moto d’orgoglio nel vedere i Sassarini sorridere anche loro felici mentre continuavano con entusiasmo la loro missione umanitaria. E i bambini che andavano e venivano dal villaggio carichi di indumenti, mentre altri giocavano con i palloni. Leggermente in disparte, gli uomini del villaggio. Assenti solo le donne viste soltanto nelle città. Quello di Narmaki era stato il momento più entusiasmante in Afghanistan. Ma indimenticabile resterà

la vita in camerata con i soldati, tra caffè all’alba, racconti di missioni, paure, ma anche lavatrici e stenditoi. Ma sopra tutti, il comandante di quella missione, il generale Luciano Portolano, un condottiero, un uomo eccezionale che aveva condiviso con i suoi Sassarini ogni momento.

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