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I Sassarini e il mondo nuovo

Il convegno “Cento anni di Forza Paris”: dalle trincee alla pace da proteggere

Per quanto tragica possa essere una guerra e al di là del pesante carico di sofferenza che un conflitto porta con sé, va detto che nessun evento come la Grande guerra ha contribuito alla nascita del mito della Brigata Sassari. Tutti, a un secolo da quel dramma, ritengono che il teatro della Prima guerra mondiale offrì il contesto ideale per la formazione di un reparto leggendario destinato a sfidare il tempo. E' anche l'opinione dei relatori che ieri si sono alternati al microfono, nel salone dei Diavoli Rossi della caserma Lamarmora, in occasione del convegno "Cento anni di Forza Paris", promosso dal comando di piazza Castello per celebrare il centenario della fondazione della Brigata Sassari. Un mito certamente nato dal basso e riassunto nei dati snocciolati dalla storica Giuseppina Fois dell'Università di Sassari, ricostruendo nel dettaglio gli eventi che hanno contribuito alla fondazione della Brigata sarda.

Nel primo impiego al fronte, il 25 luglio 1915, la Brigata Sassari è la più giovane unità dell'esercito italiano. Costituita a gennaio, formata dai due reparti del 151° e 152°, da allora la "Sassari" combatte fino alla fine della guerra. Di quei drammatici quaranta mesi, il reparto ne trascorre in trincea 17, una media molto più alta degli altri reggimenti, per non parlare delle perdite: 1596 morti, 8.745 feriti, 2.035 dispersi tra i soldati. E ancora, 138 morti, 359 feriti e 50 dispersi tra gli ufficiali. Alla fine, la Sardegna piangerà 13.602 morti. Nel corso dell'intera campagna, la Brigata Sassari ottiene 2 medaglie d'oro alla bandiera di ciascuno dei due reggimenti, 5 citazioni sul bollettino di guerra, 9 medaglie d'oro individuali e altre 405 decorazioni. Per la prima volta l'alto comando, contrariamente alla prassi, cita nel bollettino ufficiale il nome del reparto con l'appellativo di intrepidi sardi, richiamandone chiaramente l'origine territoriale.

«Una citazione non casuale - ha spiegato Giuseppina Fois - che risponde a una precisa strategia dell'alto comando, consapevole, con il riferimento alla stirpe sarda, di avere innescato un formidabile meccanismo psicologico». Il resto lo fa la stampa nazionale di allora che riprende il tema sulle colonne dei quotidiani raccontando le gesta dei Sassarini e presentandoli come «tenaci combattenti» e «forti figli silenziosi». Certo è che nel Carso i sardi si ambientano in fretta applicando una particolare tecnica di sopravvivenza appresa non solo nei centri di addestramento, ma nella realtà agropastorale di provenienza. Gli stessi fanti della "Sassari" alimentano così i caratteri di quello che ormai è un cliché consolidato: il sardo è un combattente. Ma la creazione di quel mito non è priva di aspetti contradditori.

«Che vogliono a ogni costo i sardi - prosegue Giuseppina Fois - combattenti naturali, depositari di virtù belliche primitive e ideali macchine da guerra facilmente plasmabili». Saranno proprio le memorie dei reduci, invece, a fornire materia di riflessione per il dibattito politico successivo e soprattutto a dare quella spinta definitiva alla nascita di una nuova consapevolezza. I sardi tornano dal fronte con una testa diversa, partecipi di una realtà differente da quella isolana, distanti dalla penisola e dalle vicende internazionali, molti di quei reduci saranno protagonisti delle vicende politiche e culturali degli anni successivi. Ma il vero miracolo, per dirla con lo storico Manlio Brigaglia, è l'avvio del processo di unificazione.

La ricostruzione delle strategie e delle tattiche adottate dagli ufficiali che nei mesi di guerra avevano guidato i sardi negli assalti è toccata a due veri specialisti. Il primo è il maresciallo luogotenente Antonio Pinna, che con il supporto di alcune slide ha rievocato le diverse operazioni condotte nell'Altopiano dei Sette Comuni dove nasce una parte del mito. Sperimentata sulla pelle l'irruenza dei sardi nel corpo a corpo, proprio lì gli austriaci daranno ai Sassarini l'appellativo di Diavoli Rossi.

Racconto avvincente, proseguito nell'intervento di Giuliano Chirra, medico di professione, storico per passione, nonché autore di pubblicazioni illustrate con disegni ad acquerello e china realizzati personalmente. Impeccabile la sua ricostruzione della battaglia dei "Tre monti", che per quattro giorni, dal 28 al 31 gennaio 1918, impegnò gli uomini della Brigata Sassari in uno dei teatri più duri della prima guerra mondiale. In quei boschi, un secolo fa, riecheggiava il motto "Avanti Sardegna" urlato a squarciagola dai Diavoli Rossi, con la baionetta innestata, alla carica delle temibili fanterie austriache. «Quel grido - ha rimarcato Chirra - che ricordiamo ancora con orgoglio può avere oggi una valenza politica e suggerire di spostare al 29 gennaio la festa della Regione Sardegna».

Dopo l'intervento del giornalista Paolo Vacca, dedicato alla campagna di Jugoslavia, le conclusioni del convegno, moderato dal giornalista Gianni Garrucciu, sono state affidate al generale Arturo Nitti, comandante della Brigata Sassari: «L'addestramento è un concetto chiave per la buona riuscita delle operazioni perciò è indispensabile

trovare sempre le risorse da destinare alle forze armate».

Conclusioni in sintonia con l'intervento dello storico Aldo Accardo che in apertura aveva rimarcato l'importanza di contribuire alla costruzione e alla difesa della pace con un esercito forte e bene addestrato.

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