la testimonianza

Il senso delle missioni all’estero: operare con coraggio senza odio

Da un veterano della brigata “Sassari”, ora fuori servizio, riceviamo questa testimonianza che l’autore preferisce mantenere anonima in quanto, spiega, «espressione condivisa di un sentire comune dei...

Da un veterano della brigata “Sassari”, ora fuori servizio, riceviamo questa testimonianza che l’autore preferisce mantenere anonima in quanto, spiega, «espressione condivisa di un sentire comune dei Sassarini, di cosa significa “vivere” la brigata».

Nel parlare delle missioni all’estero, la moglie di un mio ex collega ama ripetere che i suoi figli sono fortunati perché, attraverso gli occhi del padre, possono vedere cose che altri non riuscirebbero neppure ad immaginare. Forse ha ragione. Lui, barbaricino doc, ai figli ha detto tutto e niente delle sue missioni, ma una parola gliel’ha insegnata: rispetto. Il rispetto che la “Sassari” si è conquistata sul campo, nei confronti delle popolazioni alle quali l’Italia e la comunità internazionale hanno chiesto di portare aiuto.

Un secolo di storia separa la gloriosa brigata “Sassari” di oggi da quella del 1915. Se lo dovessimo raccontare con un “tweet”, potremmo scrivere: «Brigata Sassari: 100 anni di gloria!». Guardando retrospettivamente i cento anni passati, così fitti di avvenimenti tragici e dolorosi, appare stretta la simbiosi tra la vita della Sardegna e quella della “Sassari”, chiamata a svolgere il proprio ruolo nei momenti più delicati delle vicende nazionali. Un secolo che vede i primi quindici anni, fino alla Prima guerra mondiale, indissolubilmente legati al modo di vivere e di pensare del secolo passato e gli ultimi 25, dalla caduta del Muro di Berlino ai nostri giorni, inseriti nell’epoca della globalizzazione. Questo secolo si è concluso anche per i “Dimonios” che hanno fronteggiato tantissimi impegni in Patria, assolto numerose missioni all’estero, instaurato un rapporto nuovo con la società e un nuovo rapporto al loro interno, grazie all’ingresso delle donne, risorsa preziosa quanto insostituibile soprattutto quando si è trattato di avvicinare realtà femminili più complesse di quelle occidentali, ma non per questo meno bisognose di assistenza e di comprensione.

Dagli umili fanti del '900, figli della povera Sardegna di allora, la “Sassari” si trova oggi a poter contare su militari di professione. Il sardo parlato nelle trincee è stato soppiantato (almeno in servizio) dall’inglese, la lingua dei militari della Nato e dell’Onu. Accanto al tricolore, simbolo di patriottismo nazionale, nelle missioni della “Sassari” sventola alto il vessillo dei Quattro Mori, simbolo identitario per eccellenza dei sardi nel mondo. La brigata “Sassari” è oggi garanzia di efficienza, motivazione e professionalità, che costituiscono i valori messi in campo dai “Dimonios” con coraggio, orgoglio, lucidità e determinazione, pazienza e fermezza, al servizio di nobili politiche di stabilità, di sicurezza e di pace.

Scrigni indiscussi di questi valori sono le pluridecorate bandiere di guerra dei loro reggimenti, custodi di un patrimonio di tradizioni che la brigata “Sassari” si tramanda e di valori di cui l'Esercito va giustamente orgoglioso. Tradizioni e valori felicemente riassunti nella Costituzione della Repubblica che, fra i suoi principi fondamentali, ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli ma, nel contempo, chiama l’Italia ad operare attivamente, nel quadro dell'ordinamento internazionale, per la tutela della pace e della giustizia fra le nazioni. E più oltre, con espressione solenne, unica di tutta la Carta fondamentale, definisce sacro il dovere di ogni cittadino di difendere la Patria.

Ai “Sassarini” di oggi non si chiede di essere solo professionisti preparati, in grado di fronteggiare e respingere ogni possibile minaccia, ma anche la capacità di cogliere le complessità dei teatri operativi in cui debbono intervenire, di comprendere e farsi comprendere, di inserirsi nelle culture locali rispettandole e ottenendo rispetto. Ognuno di loro ha onorato e continua ad onorare il vero senso delle missioni di pace all’estero: operare con coraggio senza odio.

In un’epoca caratterizzata da scetticismo, disimpegno ed egoismo, i soldati della brigata “Sassari” sono giovani che hanno scelto un percorso professionale e di vita ricco di valori, di responsabilità e di altruismo. La loro è una testimonianza viva fatta di attenzione, perseveranza, dedizione, condotta con alto spirito di servizio alle Istituzioni e al nostro Paese. Per questa ragione, anche adesso, il nostro pensiero deve andare a tutti i soldati italiani che nelle missioni più lontane e difficili, adempiono con coraggio e competenza, umanità e sensibilità, i difficili e nobili compiti, purtroppo non privi di rischi, che l’Italia e la comunità internazionale hanno loro affidato.

Per questa stessa ragione, sentiamo il dovere di chinare il capo dinanzi ai Caduti della brigata “Sassari”, coloro i quali i quali hanno saputo, meglio di ogni altro, tenere fede al motto «Sa vida pro sa Patria», ragazzi che all’orgoglio sardo hanno saputo unire ed impartire un'esemplare lezione di patriottismo. Commozione e dolore sono ancora vivi, ma sempre più vivo è l’orgoglio di una comunità regionale e nazionale ogni giorno più consapevole del valore dei suoi soldati, dei suoi giovani che sanno sacrificarsi per i valori in cui credono.

Uomini e donne, come scrisse il poeta nuorese Sebastiano Satta, «di dar pane oltre

che di combattere», vivificatori autentici di quel “Forza Paris!”, formidabile grido di guerra e, al tempo stesso, disarmante dichiarazione di fratellanza, sinonimo di coesione, di fierezza, di tenace e generosa determinazione.

A chent’annos!

Un veterano
della Brigata Sassari

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