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«La Prima Guerra è la riunificazione concreta dei Sardi»

La relazione di Brigaglia: «Una temibile tribù combattente che gioca alla morra e affronta il nemico con azioni ardite»

Quando nella Grande guerra si parla della Brigata se ne parla come della "brigata dei "sardi". Il nome "Sassari" praticamente scompare e viene sostituito da un riferimento più immediatamente comprensibile. Un alto ufficiale tedesco, comandante della grande "discesa" su Caporetto, quando nelle sue memorie parla della resistenza di Codroipo, nel novembre del 1917, annota più o meno così: «Avevamo di fronte a noi la più valorosa formazione dell'esercito italiano, la Brigata Sardegna».

La guerra realizza la prima reale unificazione dei sardi, che solo in quell'esperienza cominciarono a non essere così “mal unidos” come li voleva un'antica definizione di fonte spagnola. Al momento della formazione della Brigata, distribuendo i soldati nelle compagnie secondo il mandamento di provenienza, sembrava ripetersi la frammentazione storica dei sardi ma, sin dalle prime battaglie, fu necessario integrare le file, mescolando i supplementi chiamati dalla Sardegna.

E quando, nel dicembre dello stesso 1915, il Comando supremo dispone che qualunque fante sardo presente al fronte, se vuole passare alla Brigata, basta ne faccia semplice richiesta, tanti piccoli “bighinaus” si ricompongono. Un elemento di separazione, non sembra, era costituito dalla lingua, cioè dalle differenze dei diversi dialetti locali (Michel Contini, professore di linguistica a Grenoble, ne ha distinto 63).

Ma, presa nel suo insieme, la lingua fu l'elemento forte di quella unificazione, come nel famoso ordine della sentinella che comanda a chi arriva: «Si ses italianu faedda sardu».

Il soggetto produttore di questa "sardità" è il fante sardo: il singolo soggetto, quello che porta nella trincea i valori, le convinzioni, le sue abitudini individuali e insieme gli usi sociali e le leggi che governano le relazioni interne alla sua comunità.

Quest'uomo ha l'obbligo di essere portatore e, come dire?, realizzatore di queste norme, per essere "uomo", “homine”: a Bitti, quando si vuol dire di un uomo da nulla, si dice «no b’hat homine», non c'è uomo.

Quando, nell'anno 1915 e seguenti, alcune migliaia di questi uomini vengono trasferiti dal Gennargentu al Carso, la realtà geografica in cui arrivano somiglia a quella in cui hanno vissuto fin lì: terra e sassi deserti.

E allora "addomesticano" questo terreno come sono abituati dalla vita in campagna e vi insediano i comportamenti che hanno praticato fin lì.

Dei tanti esempi quelli più conosciuti: durante gli attacchi, la capacità di camminare sicuri su un terreno difficile, di starvi sdraiati e silenziosi per notti intere sotto il gelo e la pioggia, di usare la baionetta come una "pattadesa": durante i riposi, gli stessi "passatempi" del paese, soprattutto il canto sardo e le "gare poetiche" che gli ufficiali si premurano spesso di organizzare e di incoraggiare. Ci sono due comportamenti tipici di questa "tribù in armi" particolarmente rivelatori di questa diversità. Uno è la morra, giocata come una sfida, con velocità, grinta e urla di guerra, metafora in qualche modo di quella sfida più drammatica e sanguinosa che è il corpo a corpo dell'assalto.

L'altra sono le "azioni ardite", sortite notturne di piccole squadre di sette-otto uomini, o per mettere i tubi di gelatina sotto i reticolati e farli brillare con i sigari tenuti accesi a “fogu a intro”, oppure per fare prigionieri da interrogare. Le loro tecniche sono quelle dell'abigeato.

Su questo materiale umano lavorano i giovani ufficiali quando, a riposo, spiegano che cos'è la guerra, cos'è l'Italia e che cosa dovrà essere la Sardegna: una "scuola rivoluzionaria", dice Lussu.

Nel 1921 D. H. Lawrence attraversando la Sardegna vede dal treno uomini tutti in divisa "cachi", dice lui:

è la divisa grigioverde che chi era tornato dal fronte conservò a lungo. Gli ex-combattenti che, alle prime elezioni politiche, 16 novembre 1921, prima si radunano nelle loro sezioni e poi vanno a votare inquadrati sono la fotografia di una Sardegna diversa, che sta nascendo, anzi è già nata.

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